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Identici a sé stessi.

di Vladimir Luxuria
Liberazione, 28 gennaio 2006

C’è chi il 9 aprile non si recherà a votare. Ma questa volta non si tratta di astensionismo dovuto a mancanza di fiducia nel sistema dei partiti o a disinteresse o pigrizia, si tratta di astensionismo causato dallo Stato…esatto, quello stesso Stato che invita tutti i cittadini a esprimere la loro preferenza politica, lo stesso Stato che ci ricorda che votare è più un diritto che un dovere in altri casi diventa lo Stato burocratico, lento e disinteressato che impedirà a un cittadino del nostro Paese di recarsi alle urne.  Il cittadino si chiama Stefano Caselle, abita a Milano, papà calabrese camionista e mamma pugliese operaia. E’ un bel ragazzo, disoccupato e non andrà alle urne alle prossime consultazioni. Il suo caso viene riportato sulla cronaca di Milano di “Repubblica” giovedì scorso a firma Andrea Montanari: “Stefania è diventata Stefano e non trova più un lavoro”. Ecco la sua colpa ovvero aver cercato di risolvere la sua identità di genere trasformando il suo corpo, adattando il suo rappresentarsi fisico nel mondo alla sua natura interiore. In termini tecnici si chiama “FTM”, acronimo inglese per “Female to Male”, da donna a uomo (anche se la traduzione più fedele sarebbe da femmina a maschio). Stefano è UN transessuale (mentre UNA transessuale si usa per chi fa il percorso contrario), anche lui ha fatto il suo iter con psicologi, avvocati fino alla prima cura agli ormoni e l’asportazione del seno, un percorso più doloroso e complicato ma non per questo meno convinto e determinato da chi transita dal maschile al femminile. Eppure per colpa delle lentezze burocratiche sulla carta di identità ha ancora il nome da donna, quella carta che ti chiedono di mostrare prima di un volo, in un hotel, alla posta, a un posto di blocco…praticamente ovunque, anzi con le norme antiterrorismo le misure di controllo e la richiesta di esibire un documento di riconoscimento sono aumentate considerevolmente.
Sulla carta di identità c’è il cognome e il nome…e se un impiegato legge un nome femminile e poi vede sulla foto un ragazzo con i capelli cortissimi, pizzo e aspetto indubbiamente maschile comincia a guardare più volte il documento e la faccia di te che stai ad aspettare, assume un’espressione interrogativa, dubbiosa e spesso quando gli dici che sei transessuale sul viso gli leggi a caratteri cubitali “DISPREZZO”. Magari tu sei in fila e chiamano il “superiore” per chiarire il malinteso mentre tu senti la gente dietro di te che fa commenti spazientita perché tu staresti rallentando la fila.
Non tutti hanno un carattere forte, quella grinta che lo Stato vuole obbligarci ad avere, ci sono transessuali timide, riservate che preferiscono non sottoporsi ai raggi X del giudizio sociale. Stefano è uno di questi. Lui non andrà alle urne: “Dal giorno in cui mi è stato detto: ma perché hai la barba?” Stefano ha problemi di lavoro, nonché il Movimento Italiano Transessuali, l’Arcitrans e l’Ufficio Nuovi Diritti della CGL da tempo propne “la piccola soluzione”, ovvero lo snellimento burocratico per questi casi: “Fin da bambino volevo i pantaloni, Quando mia madre osava mettermi una gonna strillavo come un pazzo. (…) Ho iniziato a spedire in giro curriculum per cercare lavoro.
Prima di presentarmi ai colloqui di lavoro, mi depilavo per non fare cattiva impressione. non volevo che mi scambiassero per un travestito. Ma loro cercavano Stefania. Non mi sembra di chiedere la luna. In fondo sto solo cercando lavoro.” Secondo le norme vigenti, nonostante Stefano si sia operato e diventato anche fisicamente uomo occorrono due anni dalla prima operazione affinché Stefano riuscirà ad avere il cambio del nome.
Lo Stato dovrebbe aiutare queste Persone tenendole per mano in questo percorso che è già difficile da un punto di vista medico e psicologico e non metterci sopra un carico di burocrazia indifferente e umiliante. Questo è uno dei temi che chi si troverà nel prossimo Parlamento dovrà farne un cavallo di battaglia. Io sono già pronta a cavalcare.

Gli articoli di Vladimir Luxuria per il quotidiano Liberazione
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