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Liberazione GLBT.

di Vladimir Luxuria
Liberazione, 22 fbbraio 2006

“Gay Liberation Front” è stato uno dei movimenti più attivi nell’America degli anni ’70; più tardi, nel 1976, in Italia nasce un bollettino mensile omosessuale, il “Lamba” (iniziale del verbo greco “sciogliersi, liberarsi”) che come sottotitolo ha “Per una critica della liberazione sessuale”.
La parola libertà è un fil-rouge che ha sempre attraversato la vita di gay, lesbiche, bisessuali, transgender e queer; essa ha diverse declinazioni in base all’epoca storica e alla collocazione geografica.  La richiesta più disperata di libertà è quella di poter vivere, di non essere uccisi. Nell’Antico Testamento la pioggia di fuoco su Sodoma e Gomorra è la giusta punizione di Dio che ha il suo epilogo storico nei tanti roghi sulle piazze delle città in Europa durante il Medioevo per terrorizzare in maniera esemplare chi si dedicasse a un sesso contro-natura; nel 1828 lo statuto inglese di Enrico VIII ammoniva: “Che ogni persona riconosciuta colpevole dell’abominevole crimine di Sodomia o con un Essere umano o con un qualsiasi Animale, sia messa a morte in quanto Criminale”; Hitler condannò gli omosessuali e transgender ai campi di concentramento in quanto non facendo sesso riproduttivo mettevano a rischio la proliferazione della superiore razza ariana; nell’Unione Sovietica di Stalin si promulgò una legge del 1933 che condannò alla morte nei Gulag migliaia di “relitti delle classi sfruttatrici”, ovvero i gay. Anche oggi sono troppe le nazioni (e non solo quelle teocratiche di tipo islamico) dove l’omosessualità è condannata con la pena di morte.
Dove si ha salva la vita non è detto che automaticamente si abbia anche salva la vivibilità, la libertà di potersi dichiarare, il famoso “coming out”. Basta riflettere sul fatto che quando le forze alleate scoprirono gli orrori dei lager solo quelli contraddistinti dal “triangolo rosa” non riacquistarono la libertà: con uguale discriminazione, gli alleati li considerarono criminali comuni e non vittime della persecuzione nazista; finirono in carcere in base alle condanne che li avevano portati dentro prima e nei campi dopo. In molti casi il periodo trascorso nei lager non venne calcolato come pena scontata, ma nel computo si fece riferimento solo al periodo effettivamente trascorso in cella. Nonostante tutto le associazioni glbtq tutti gli anni partecipano con entusiasmo al 25 aprile, data della Liberazione per ribadire che le nostre libertà sono in larga parte ancora da conquistare e non saranno mai oggetto di rinunce. Per questo ci sentiamo partecipi di una postuma Resistenza che non ha ancora avuto il suo 25 aprile.
Singolare è la convergenza tra lo stalinismo e il capitalismo americano anni ’50 almeno su un punto:
demonizzare i gay! Gli Stati Uniti nella loro propaganda associavano l’omosessualità alle cospirazioni comuniste. Devo anche dire che tuttora la tanto sbandierata politica del “don’t ask, don’t tell” (“non chiederlo, non dirlo”) sia troppo simile alle tante nostrane teorie secondo le quali tutto va bene: l’importante è che tutto si svolga solo all’interno delle proprie abitazioni, che non si “ostenti” la diversità. Il concetto di “ostentazione” è tirato fuori dal centro-destra a ogni Gay Pride, come se, chi fa pubblicamente una domanda di libertà e diritti civili e un’affermazione di esistenza con il corpo vestito o travestito, fosse come un’ostia che si espone durante la Messa (perdonate il parallelismo ma è il termine stesso che mi ci porta). Sulla parete fatta a mattoni del locale “stonewall inn” di New York nel giugno del 1969 qualcuno scrisse con il gessetto “We want to fight for our country, they invaded our rights” (“Vogliamo combattere per la nostra nazione, hanno invaso i nostri diritti”); era la rivolta gay contro i soprusi della polizia, il primo “Pride”. Il movimento fece riferimento alla guerra in corso: la “pace con onore” voluta da Nixon nel sud-est asiatico, quella che, così come il contemporaneo “peace-keeping” volle dire tutt’altro che pace: tra il gennaio del 1969 e il marzo 1971 i bombardieri statunitensi sganciarono due milioni e mezzo di tonnellate di bombe sull’Indocina. Il neonato movimento gay americano era di chiaro stampo pacifista (la non-violenza è una medaglia di cui ci fregiamo) e la frase era una chiara presa di posizione. La scrittrice Leslie Feinberg che si definisce lesbica e transgender ha rivendicato questo schieramento antibellico alla Conferenza Internazionale di Al Fatiha, a Washington, nel maggio 2002: “Fummo a fianco del popolo vietnamita contro la guerra del Pentagono. Questo non ci isolò. La nostra solidarietà ebbe in cambio significativo sostegno per la multi-nazionale battaglia per la liberazione gay.”
Il nostro movimento (leale, maturo e responsabile) non ha mai pensato di esportare con le bombe la protesta contro i gay giustiziati in pubblico in certe nazioni guidate dal fondamentalismo islamico, né di offenderli ma di fare pressione diplomatica attraverso l’ILGA (International Lesbian and Gay Association) e Amnesty International. Eppure c’è stato un periodo nel quale mentre in Occidente i “sodomiti” erano bruciati vivi nell’Islam antico l’omosessualità era tollerata, praticata e descritta in versi poetici: il più celebre fu Abu Nuwas (circa 747-813), poeta Abbaside considerato dai critici arabi come il decano della scuola modernista di letteratura classica. Il suo nome è diventato sinonimo di pederastia forse per alcuni versi come: “Uno schiaffo dalla mano di un ragazzo dolceviso,/ uno schiaffo da rompermi l’occhio e la mascella,/ è maggior delizia che una mela piena/di muschio dalle mani di una timida e giovane bellezza!”.
Sulla scia di quanto sta già facendo Zapatero sarebbe un gesto di umana pietas concedere anche in Italia il diritto di asilo per gli omosessuali che provengono da nazioni “omocide” (neologismo coniato dallo scrittore Massimo Consoli).
Le libertà sono anche quelle civili, la richiesta di diritti, non di privilegi: il riconoscimento giuridico delle coppie di fatto. Libertà di scelta, liberi di pianificare il nostro futuro. Chi vuole continuare a fare sesso “one-night stand” ovvero occasionale (perché è pur sempre una buona occasione!) potrà continuare a farlo, ma chi è innamorato e vuole pensare al proprio rapporto proiettato nel tempo ha bisogno di far tutelare dallo Stato il diritto che per lui o lei tu sei qualcuno, e non che nei momenti più critici come la reversibilità della pensione o l’eredità, tu devi cedere il passo a un altro, come se tanti anni vissuti insieme non fossero serviti proprio a nulla, nessuno può obbligarci a cedere alla “ricomposizione parentale” di cui parla Tondelli in “Camere separate”.
Poi c’è la libertà di un’identità al genere che non deve essere solo quello anagrafico per chi può ma anche per chi non si riconosce esteticamente conforme alla propria interiorità psichica ed emotiva. Fino agli anni’50 nell’Ospedale psichiatrico “S.Maria Maddalena” di Aversa (fondato nel 1813 da Gioacchino Murat che però non ha colpe per quello che sto per esporre) venivano curati i casi clinici di “travestitismo” dei quali si conservano alcune foto al Museo di Criminologia di Roma. Le transgender odierne allora erano tenute recluse, a pane e acqua, sottoposte a torture fisiche e psicologiche con l’intento fallimentare alla normalizzazione. Oggi chiediamo la libertà di essere per quello che siamo: chiediamo che una interpretazione autentica o una modifica della legge 164/82 sul cambiamento di sesso consenta la modificazione dei dati anagrafici a prescindere dagli interventi chirurgici demolitivi e ricostruttivi.  Cuba che nel 1965 condannava i cosiddetti “diversi controrivoluzionari” nei campi di addestramento oggi ha fatto passi da gigante in questo senso molto più evoluti della stessa Italia: è allo studio una legge che modifica il documento di identità (dalla nascita al passaporto) per le trans cubane, il tutto gratuitamente. La proposta è venuta dal CENESEX (www.cenesex.sld.cu, vedi il link “diversidad sexual”), ovvero il Centro Nazionale di Educazione Sessuale di Cuba.
L’Italia, insieme all’Austria, Irlanda e Grecia è l’unico Paese occidentale privo di legislazione sulle unioni civili, la Repubblica Ceca ha già la legge in fase di approvazione. “We are family, I’ve got all my sisters with me!” cantavano le Sister Sledge: noi siamo una famiglia, proveniamo da una famiglia, a volte più libertaria altre volte purtroppo più soffocante: non intendiamo togliere nessuna libertà agli altri né ergerci a esemplari o missionari per distruggere scelte di vita altrui. Abbiamo fame e sete di libertà nella desertificazione culturale che produce la laicità quando viene messa in pericolo, di chi pretende di rappresentare delle anime o i voti di persone che sono molto più avanti di loro!
Siamo stufi di contrattare le nostre libertà e la nostra dignità da intermediari degli intermediari: gli intermediari al quadrato, ovvero i politici che si fanno dettare l’agenda da questo o quel cardinale, visto che non hanno loro diretto accesso a sfere più celesti. Il risultato è una formulazione ambigua sulle unioni civili nel programma dell’Unione che bisogna impugnare per una sua evoluzione in senso pubblicistico e non privatistico: come se unirsi a qualcuno comporti dei diritti alla stessa stregua delle clausole nei contratti di acquisto di un’automobile. Lancio la sfida: se proprio dobbiamo contrattare con qualcuno almeno ci si dia la fonte, un passaggio in meno, ci ricevano nei palazzi vaticani! Siamo sicuri che se non dovessimo raggiungere un accordo almeno non verremo umiliati dal negoziare con i loro vice e le location dei nostri incontri sarebbero fornite di bellissime opere d’arte.

Gli articoli di Vladimir Luxuria per il quotidiano Liberazione
www.vladimirluxuria.itwww.liberazione.it
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