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“Meglio fascista che frocio”. Riflessioni sulla Mussolini.

di Vladimir Luxuria
Liberazione, 11 marzo 2006

“Frocio” é il termine dispregiativo con il quale vengono definiti i gay nell’area del centro-Italia, “culattone” é più usato al Nord; il Ministro Tremaglia di Alleanza Nazionale nell’ottobre 2004 scrisse su carta intestata del Ministero “I culattoni sono in maggioranza” riferendosi alla sfiducia del Parlamento Europeo su Buttiglione per aver abbinato al concetto di omosessualità quello di peccato, “culattoni” sono quelli che, secondo l’ex Ministro Calderoli, hanno “un’assurda pretesa di privilegi” parlando di unioni civili. L’altro ieri durante “Porta a porta” l’onorevole Alessandra Mussolini ha detto “meglio essere fascisti che froci”. Adesso manca qualcun altro che usi il termine meridionale “ricchione” per completare la gamma linguistica di epiteti omofobi. “Frocio” probabilmente deriva dal latino “flaccus”, aggettivo per “floscio, molle”, infatti la “mollezza” (D’Annunzio docet) è stata in passato vista come sintomo di effeminatezza al contrario della durezza virile, della marmorea mascolinità delle sculture fasciste allo Stadio dei Marmi a Roma. Quello della Mussolini è stato un atto di sincerità: inutile usare eufemismi, argomentare in maniera civile la propria contrarietà alle unioni civili, la verità è che questi gay proprio non li sopportiamo. Eppure il 6 gennaio 1995 sulle pagine del Corriere della Sera, da un’intervista a Massimo Consoli la nipote del Duce dal cognome impegnativo contrastava il suo nemico di sempre, Storace, sulle presunte unghie laccate del verde Paissan: “Già qualche anno fa ero in controtendenza rispetto al mio partito (allora AN, ndr) perché un ragazzo fu allontanato dal Fronte della Gioventù in quanto omosessuale. Un gay può dare generosità, amore, affetto, una casa, un’istruzione, un’educazione a un figlio. Sono convinta che possa farlo allo stesso modo di un eterosessuale. La sfera dell’affettività non ha sesso”. Solo una decina di anni fa la Mussolini non solo era favorevole alle unioni civili ma addirittura all’equiparazione al matrimonio voluta da Zapatero in Spagna. Per carità, ognuno ha il diritto di cambiare idea, ma le ho dichiarato il sospetto che a volte a furia di frequentare Fiori o Tilgher anche una donna che sembrava così forte come lei si piega al maschilismo autoritario. E’ legittimo pensare che rivedrà anche le sue idee sulle norme anti-stupro e sulla dignità della donna e presto possa parlare solo di mogli-madri. C’è però un punto di questa vecchia intervista sulla quale la leader di Alternativa Sociale non ha cambiato idea, ovvero sul fatto che il nonno Benito non fosse stato aggressivo nei confronti dei gay, che durante il fascismo non ci fosse stata una vera e propria persecuzione. Certo, in Italia non ci sono stati i lager dove gli omosessuali venivano deportati e uccisi contraddistinti dal triangolo rosa, eppure il fascismo aveva stretto un’alleanza con il nazismo di Hitler; da noi sono stati più “soft”, anche se proprio delicati non erano gli squadristi che massacravano di botte omosessuali o presunti tali al suono di slogan come “Per il bene della razza al confino il pederasta!”. Il “confino” era un provvedimento di polizia, senza processo  regolare, per un obbligo di abitare per anni in una località ristretta, poco abitata e difficilmente raggiungibile: in pratica ti obbligavano a lasciare la tua città e i tuoi affetti con una piccola valigia per occultare il vizio, era la punizione per comportamenti ritenuti immorali. Nel dopoguerra è stato abolito il confino politico ma non quello comune all’interno del Testo Unico di Pubblica Sicurezza, al punto che una delle prime transessuali italiane ad aver cambiato sesso, la famosa “Romanina” di Firenze fu confinata in un paesino in provincia di Foggia per esiliare lo scandalo. Durante il fascismo il terrore di tutti gli omosessuali, quelli di “Una giornata particolare” di Ettore Scola per intenderci, era il questore Molina di Catania: nel 1940 confinò 56 persone nell’isoletta di San Domino delle Tremiti. Il problema di un’esatta ricostruzione storica della persecuzione omofoba del periodo nazi-fascista è dovuta alla mancanza di memoria collettiva: diversamente dagli ebrei i gay non avevano una comunità, erano clandestini, nascosti, erano stati scoperti, non avevano fatto “coming-out”, a volte accusare qualcuno di sodomia serviva anche come dispetto personale indipendentemente dalla fondatezza dell’accusa. I gay erano accusati di non consentire la proliferazione della razza italiana, così come oggi veniamo accusati di essere gli eredi di Erode, quelli contro i bambini, gli zozzoni contro le anime innocenti. Per fortuna quando la Mussolini ha detto “frocio” era notte fonda e non c’erano bambini a guardare la tv. Per il resto saranno gli elettori a decidere se mettere nella maggioranza una persona che usa questi termini in un dibattito politico, a decidere se, come ha detto Pippo Baudo in radio da Fiorello (e lo ringrazio) è meglio vedere un uomo con una gonna oppure uno con la camicia nera e un manganello in mano.

Gli articoli di Vladimir Luxuria per il quotidiano Liberazione
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