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Favorisca il documento.

di Vladimir Luxuria
Liberazione, 7 marzo 2006

A molti è capitato: si guida, si arriva a un posto di blocco, ci fermano le forze dell’ordine e ci chiedono “Favorisca la patente”. Certo, per chi va di fretta è fastidioso perdere tempo, e poi c’è sempre il rischio che ti trovino qualcosa che non va e beccarsi la multa. Se alla guida c’è una transgender (ovvero chi transita da un genere anagrafico all’altro senza necessariamente ricercare un porto d’approdo) le cose si complicano. Perché alla domanda “Favorisca la patente” le forze dell’ordine inconsapevolmente ti chiedono di consegnarti la tua privacy, il tuo percorso non stradale ma di vita, la tua sessualità. Sulla patente oltre al cognome c’è un nome, quello anagrafico, quello che i tuoi genitori hanno scelto per te, quello di tuo nonno oppure un altro che hanno prediletto perché suona bene, o perché è un Santo protettore che ti potrà aiutare nei momenti difficili. Un momento difficile come quello in cui con la mano tremante stai consegnando quel pezzo di carta rosa all’ufficiale in divisa.
La foto ti somiglia, è un’immagine femminile, ma il nome no, quello non ti rappresenta. Se si ha la fortuna di trovare una persona sensibile ti tratterà come qualsiasi cittadino, non ti farà sentire criminale, non ti farà domande imbarazzanti, non ti farà aspettare più tempo di quanto avrebbe fatto attendere a un altro…ma se trovi il poliziotto sadico o il carabiniere senza cuore allora mentre aspetti in auto li vedrai sghignazzare tra di loro mentre danno i tuoi dati alla centrale operativa, e in quel momento tu senti una lama trafiggerti il cuore. Un episodio di questo genere è uno scossone psicologico soprattutto per i/le trans che stanno tentando di superare il “Real Life Test”, un obbligo per tutte quelle e quelli che intendono arrivare alla rettifica del sesso o per dirla in termini più brutali a “operarsi”. Nel 1982 è stata approvata in Italia la legge 164 per il riconoscimento del cambio di sesso, un fatto rivoluzionario perché per la prima volta il diritto, togliendosi le catene del moralismo cieco, ha riconosciuto la transessualità non come un’aberrazione ma come una variante.
La persona che comincia il percorso di transizione sessuale si deve giustamente sottoporre a un iter che ha più aspetti: medico, giudiziale e di supporto psicologico. Oggi esistono tante “linee trans” gestite al telefono da altrettante volontarie trans, voci amiche e di aiuto in numerose associazioni: Movimento Italiano Transessuali, Arcitrans, Crisalide Azione Trans. Per prassi giurisprudenziale, prima di arrivare all’operazione finale, la persona deve superare un periodo di “prova” di almeno un anno per vivere totalmente nel genere sessualmente eletto, il “Real Life Test” per l’appunto. Questo periodo servirebbe per fugare dubbi, evitare  ripensamenti, non ritrovarsi troppo traumaticamente a vivere in una nuova identità sessuale al risveglio su un letto d’ospedale. Eppure è difficile per una trans “vivere da donna” dal momento in cui qualcuno a cui hai consegnato un documento ti ricorda con lo sfottò che tu non sei una donna, come se ti dicessero “è inutile che fingi, ti abbiamo scoperto!”. Quanti sanno che le transgender rischiano anche una multa? Ma non perché non sono in regola con le norme stradali, ma perché esiste ancora un Regio Decreto del 1931 che prevede una multa a “chi compare mascherato in luogo pubblico, fatta eccezione per le epoche e con l’osservanza delle disposizioni fissate dall’autorità di pubblica sicurezza, con opportuni manifesti.”  In Germania è possibile, per chi lo richiede, ottenere il cambio del nome di battesimo a chiunque sia già in questo percorso per rendere l’attraversamento del “Real Life Test” più agevole, senza turbative e danni psicologici. Ma la legge 164 va rivista perché nel frattempo le cose sono cambiate:  nel 1982 la legge non rimetteva in discussione il binomio maschio-femmina, chi rettificava il sesso rimetteva le cose in ordine diventando “maschio” o “femmina”; ma ci sono (e sono la maggior parte) chi decide di vivere in questa fase transitoria tra i due generi, senza destinazione finale. Sempre per chi lo richiede è arrivato il momento di concedere anche in questi ultimi casi “la modificazione dei dati anagrafici a prescindere dagli interventi chirurgici demolitivi e ricostruttivi”, così com’è scritto in una piattaforma presentata a me, Fausto Bertinotti e Titti De Simone in un recente incontro con l’Arcigay e l’Arcilesbica. Un ottimo antidoto per eliminare alla radice l’alibi per moltissime discriminazioni quali, ad esempio, la possibilità di trovare lavoro e casa, di non consegnare privacy e documenti con il battito accelerato del cuore. Ovviamente per chi non intende ricorrere al cambio del nome perché decide di affrontare il mondo manifestando la sua “diversità transessualmente abile”  ha la possibilità di scegliere di farlo.
Io credo che la possibilità di cambiare il nome di battesimo deve essere concessa a tutti coloro che ne hanno bisogno: per motivi religiosi (conversione in un altro credo), per transizione sessuale o per altre cause motivate (ad esempio chi si imbarazza di chiamarsi “Benito”). D’altronde oggi si è messo in discussione l’obbligo del cognome paterno in molti Stati a dimostrazione che l’anagrafe non deve essere una gabbia dalla quale non si può uscire. Di strada da fare ce n’è tanta, speriamo di non essere fermati da un poliziotto troppo solerte!

Gli articoli di Vladimir Luxuria per il quotidiano Liberazione
www.vladimirluxuria.itwww.liberazione.it
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