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Piccolo saggio Transgender.

di Vladimir Luxuria
Liberazione, 24 aprile 2006

“Transgender” è un termine che la mia candidatura ha contribuito a rendere più familiare nel nostro Paese. E’ una parola composta da “trans” (al di là, oltre) e “gender” (genere anagrafico, sessuale). Si tratta di tutte quelle persone che non si riconoscono nella costrizione sesso biologico-comportamento; transgender non è sinonimo di transessuale, ma (per usare un termine matematico) la transessualità ne è un sottoinsieme: gay, lesbiche, transessuali, bisessuali sono transgender…ma anche le cosiddette “fag-hags”, ovvero quelle donne eterosessuali che si innamorano solo di gay e trans. Siamo l’eccezione che sconfessa la regola, non siamo l’eccedenza difficilmente collocabile. Si nasce maschi o femmine: le aspettative dei genitori, l’insegnamento religioso, la cultura dominante prevedono un destino differenziato, se sei una femminuccia sei destinata a essere moglie e madre, se sei un maschietto a essere marito e padre. In verità oltre a un più biologico dimorfismo sessuale la cultura ha creato altre differenze che la contemporaneità tende ad assottigliare, differenze spesso punitive per la donna, un surplus di distanze misogine: capacità professionali (ma poi si scopre che una donna può benissimo guidare un camion e un uomo stirare le camice), diversità comportamentali (ma oggi la donna fa i primi passi nel corteggiamento e l’uomo si commuove davanti a un film), ripartizioni di compiti nell’essere genitori (ma oggi ci sono famiglie dove la donna lavora e l’uomo accudisce i figli). Questi sono aspetti di “trangenderismo eterosessuale” legato più alla dinamicità sociale che a un legame tra biologia e sessualità. Il “trangender” più propriamente detto non ubbidisce al destino anagrafico, va al di là: un gay nato uomo ama altri uomini, una lesbica donna ama altre donne. Una transessuale nasce uomo ma ha un’identità interiore di genere al femminile e si rappresenta come tale; non scendo nel paradosso se affermo che la trans è l’anello di congiunzione tra omosessualità (nascere uomo ed essere attratti da altri uomini) ed eterosessualità (rappresentarsi al femminile e amare un uomo). Lo stesso discorso vale per chi transita dal femminile al maschile.
Chiarisco che sebbene il termine trangender sia recente (nasce in America negli anni ’70) non lo è il tema di cui è portatore: è il caso della mitologia greca con la figura dell’Ermafrodito, unione di Ermes (maschile) e Afrodite (femminile), nella religione buddista in Tailandia (come ci ricorda il bel film “Beautiful Boxer” di Ekachai Uekrongtham) le trans attraverso la meditazione possono espiare le colpe di vite precedenti e rinascere donna, più libertaria la cultura dei vecchi Pueblo, una tribù dei nativi nord americani prima dei missionari cristiani per i quali secondo la scrittrice Leslie Marmon Silko “un uomo poteva vestire da donna e lavorare con le donne  e anche sposare un uomo senza alcun clamore. Ugualmente, una donna era libera di vestire da uomo, di cacciare e andare in guerra con gli uomini e di sposare una donna. Nella visione del mondo dei vecchi Pueblo, siamo tutti una miscela di maschio e femmina, e questa identità sessuale è in costante cambiamento.”
Tra i Lakota era socialmente accettata e collocata la figura del “winkte” (da “win=donna” e “ktè=sarà”), un essere dotato di certi poteri divini, come il “berdache” indiano. Sono persone dotate di saggezza alle quali si rivolgono uomini e donne per avere consigli e al quale si affidano i bambini o la cura dei più anziani. Non è lontana dalla figura del “femminiello” nella cultura popolare napoletana: nel film “Mater Natura” di Massimo Andrei (di cui faccio parte del cast) il femminiello Europa accudisce i bambini e fonda il “Trans Vesuvian Counseling”, una sorta di consultorio al quale si rivolgono eterosessuali per confidare i loro problemi familiari.
Il tema “trangender” si inserisce in un più generale ragionamento sul legame tra destino e carattere; Walter Benjamin nel saggio “Destino e carattere” scrive “Destino e carattere vengono concepiti per lo più in rapporto causale, e il carattere è definito come una causa del destino.” L’uomo interviene sul proprio destino, cerca di essere il protagonista non solo succube dell’accadere cosmico. La trangender non accetta il destino dettato dalle sue radici anagrafiche e interviene per modellare il corpo, la voce e l’atteggiamento alla propria interiorità psichica ed emotiva. E’ il riscatto dell’eroe dell’antica tragedia greca che si libera dalle catene del fato ineluttabile. Se la transgender non facesse questo percorso di adeguamento sarebbe destinata alla repressione, alla tristezza e alla solitudine. Scrive ancora Benjamin: “Esiste forse nel destino un rapporto alla felicità? E’ la felicità, come senza dubbio la sventura, una categoria costitutiva del destino? Ma è proprio la felicità che svincola il felice dall’ingranaggio dei destini e dalla rete del proprio. Non per nulla Holderlin chiama senza destino gli dèi beati.”
Allargando l’orizzonte possiamo definire transgender quell’atteggiamento mentale che permette agli essere umani una chance di poter intervenire nel  destino cercando di migliorare la propria vita: ai migranti di cercare lavoro fuggendo da nazioni dove c’è miseria o guerra, a chi proviene da una situazione economica disagiata e cerca un lavoro sicuro e un’istruzione non di classe, a chi è diversamente abile e vuole rimuovere barriere di ogni tipo per innalzare il livello della sua vivibilità, di chi non si accetta fisicamente e interviene con l’esercizio fisico o ricorrendo alla chirurgia estetica. Il trangender si oppone alla staticità di classi originarie e immodificabili, è il transitare tra maschile e femminile senza rigettare nessuno dei due e senza approdi finali obbligatori, non è dissidio ma riappacificazione. Il trangender è l’Unione.

Gli articoli di Vladimir Luxuria per il quotidiano Liberazione
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