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Per una soluzione italiana al problema delle/dei INTERSEX.

di Vladimir Luxuria
Liberazione, 24 maggio 2006

Secondo Sigmund Freud una delle prime domande che si fa una persona incontrando un’altra è “E’ maschio o femmina?” Molti ricordano la scena del recente film “Transamerica” in cui una bambina guardando la trans in un fast-food chiede alla mamma “E’ maschio o femmina?”. In una cultura dualistica della sessualità, ognuno vuole collocare l’altro nelle due uniche categorie insegnate, ovvero l’essere o uomini o donne. Il dualismo sessuale necessita l’opposizione “o”, non contempla la congiunzione “e”, cioè sia maschi sia femmine. In inglese quando qualcuno nasce si chiede “is it a boy or a girl?”, c’è il pronome neutro “it” che riconosce una fase di mancata attribuzione sessuale. Oggi con le moderne tecniche è possibile conoscere il sesso del feto prima della nascita, una volta lo si sapeva solo al momento del parto,  la previsione del sesso era affidata solo a usanze popolari tipo il movimento della catenina d’oro fatta oscillare o la rotondità della pancia materna. Non so quanti sanno che nascono creature dal genere biologico non definito, esseri considerati dei “malati” la cui patologia è definita con l’acronimo “DSD” (Disordine della Differenzazione Sessuale). Cosa accade? Succede che tali creature abbiano degli organi genitali esterni sia maschili sia femminili, sono maschi “e” femmine. In Italia in particolare ogni anno nascono 150 bambini-bambine, una media di 1 su 5000 nati secondo i dati di un recente congresso sull’argomento tenutosi a Roma. Esistono varie definizioni: “middlesex” o “intersex”, tradotto in italiano con “intersessuali”. L’intersessuale è diverso dal transgender, dove c’è l’esigenza di concordare la propria identità  interiore psico-emotiva al sesso biologico quando non c’è corrispondenza. Nel caso delle intersex (userò maschile e femminile in maniera discrezionale) c’è un problema di attribuzione del sesso, qualcosa che ricorda gli interminabili dibattiti teologici nell’antichità sull’attribuzione del sesso degli angeli. I casi possono essere tanti: si può trattare di “pseudo-ermafroditismo femminile”, ovvero un clitoride ipertrofico che sembra un piccolo pene (il simbolo è il fiore dell’orchidea), mentre in quello di tipo maschile i genitali esterni non sono sufficientemente sviluppati. Diffusa è anche la cosiddetta “sindrome di Morris”, più tecnicamente conosciuta come la sindrome da “Insensibilità periferica degli androgeni”: è una rara varietà genetica (e non difetto come sostiene qualcuno)  per la quale una persona è anatomicamente, psicologicamente, legalmente e socialmente “donna” ma la carta di identità delle sue cellule è al maschile. Ogni persona nasce con due cromosomi sessuali ereditati dai genitori (XX per le femmine, XY per i maschietti); nella sindrome di Morris pur avendo un XY, cioè uno stampo e destino maschile, nelle prime otto settimane l’embrione può sviluppare entrambi i sistemi riproduttivi e diventare insensibile all’effetto degli ormoni maschili, dunque il feto si sviluppa esternamente da bambina. Quando nasce e cresce durante la fase della pubertà le mestruazioni non arrivano, non si possono avere figli. In Inghilterra generalmente i dottori informano la persona del proprio passato genetico, mentre in Italia spesso non lo si fa, la stessa cosa che accade quando una persona ha una malattia gravissima. Chi ha tale sindrome (anche se la parola “sindrome” mi sembra troppo offensiva) è una femmina ma non ha utero e ovaie. In tutti questi casi di “Intersex” i medici con i genitori tendono a “mascolinizzare” o a “femminilizzare” quel “baby” senza sesso, quel pronome “it”. In Italia ci sono tre centri specializzati che avrebbero bisogno di maggiori risorse finanziarie in quanto servizio di sanità pubblica: il “San Camillo” di Roma, il “S.Raffaele” di Milano e il “Sant’Orsola” di Malpighi (Bologna). Una equipe di genetisti, pediatri, urologi, psicologi, medici legali in accordo con i genitori dell’intersessuale, decidono di attribuire questo o quel sesso, spesso anche in base ai “desiderata” della famiglia. Poiché esiste un vuoto legislativo sulla materia e ancora tanta ignoranza in Italia la legge impone che il “baby” non può uscire dall’ospedale senza che non abbia un sesso dichiarato e deciso sulla sua pelle. Ma spesso ci si sbaglia e per la nuova riassegnazione del sesso deve intervenire il Tribunale dei Minori. Si arriva al paradosso che ci sono casi di imposte femmine che si scoprono maschi e fanno causa agli stessi genitori. In Europa si sta lavorando alla definizione di linee guida da proporre agli Stati membri della Comunità europea, e credo che anche il nostro Governo dovrebbe adeguarsi. In particolare io proporrò che non ci sia l’imposizione attributiva sessuale ma che si aspetti la crescita e si dia al diretto/a interessato/a la possibilità di decidere per sé. E’ la stessa richiesta che viene avanzata in Nord-America dalla “Intersex Society” fondata nel 1993, un’associazione che fornisce assistenza ai “middlesex”, ai genitori, fornisce servizi assicurativi, informativi e legali. La nostra società è ossessionata a tal punto dal dualismo sessuale che l’imposizione sembra la soluzione migliore. Si tratta di “varianti” della natura non di esseri “contro-natura”, sono baby che nascono con quella fase di convivenza dei generi che caratterizza tutti noi nella fase embrionale. Sebbene molti studi psicologi e antropologici cercano di confutare l’idea dell’innatismo sessuale (l’idea per la quale noi “siamo” di un orientamento sessuale o identità di genere, non lo “diventiamo”) credo che anche queste “varianti” dimostrano che la natura non è monotematica e che questo sgombra il campo da tutti i tentativi di correzione o di colpa.

Gli articoli di Vladimir Luxuria per il quotidiano Liberazione
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