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Islam e omosessualità.

di Vladimir Luxuria
Liberazione, 4 giugno 2006

La guerra in Iraq è stata percepita come ingiusta da più parti: il grande movimento pacifista mondiale ne ha condannato l’alibi menzognero della presenza delle armi di distruzione di massa, il concetto di “guerra preventiva” da contrapporre alla “pace preventiva”, la copertura post-factum data dall’ONU. Il vero bilancio delle vittime civili si saprà solo tra molto tempo, ma di sicuro l’ingiustizia di questa guerra è stata molto sentita dalle nazioni arabe dove la conseguenza è stata una risposta integralista considerata come una difesa all’attacco occidentale, una conseguenza è stata l’affermazione di Hamas in Palestina. La crescita del fondamentalismo islamico non è soltanto nemico delle donne ma anche di gay, lesbiche e trans (ove queste ultime hanno un’esile speranza di realizzare la propria identità di genere), misoginia e omofobia vanno spesso di pari passo.
Anche il Corano, come il Vecchio Testamento, usa l’episodio di Sodoma e Gomorra per condannare l’omosessualità, condanna che più che nelle Scritture è presente nella tradizione degli “Hadith”, ovvero i “detti” attribuiti al Profeta Maometto: “Quando un uomo monta un altro uomo, il trono di Dio trema”, “Dio maledice coloro che modificano le frontiere della terra”, dove con “frontiere” si intendono anche quelle di tipo sessuale, “Uccidi colui che fa questa cosa e anche chi la fa fare”. Sarebbe sbagliato descrivere la condizione omosessuale negli stati islamici come uguale ovunque: in nazioni come la Tunisia, il Marocco e la Turchia nonostante l’assenza di tutele giuridiche e riconoscimenti c’è una maggiore tolleranza e anche una pratica diffusa, in altre nazioni è prevista la pena di morte: Afganistan, Quatar, Arabia Saudita e l’Iran dove la scorsa estate sono stati impiccati alcuni ragazzi pubblicamente affinché la punizione fosse esemplare. La scuola di interpretazione Hanafita dell’Islam sunnita è contraria alla punizione penale, a differenza della scuola Hanabilita. L’omosessualità femminile è clandestina e facilmente mimetizzabile dovuta a una riservatezza e separazione tipica delle società arabe; poiché nella cultura musulmana è più forte il divieto dei rapporti sessuali preconiugali ed è rispettato maggiormente il tabù della verginità femminile, la maggior parte dei ragazzi scoprono i primi piaceri con persone dello stesso sesso. Il bel libro “Arabi e noi” di Vincenzo Patané coraggiosamente descrive questo tipo di rapporti: si tratta per lo più di approcci intercrurali, cioè rapporti dove l’orgasmo non avviene per penetrazione ma con uno strofinio corporale tra coetanei. Diverso è il rapporto tra adulto e giovane, una situazione che ricorda la Grecia classica (Erastés-Eròmenos) tra un uomo maturo (attivo) e il giovane (passivo), perché più che una questione di ruoli si tratta di una questione di ranghi. L’omosessualità “attiva” non è neanche considerata tale, il vero “gay” sarebbe quello passivo; questa è una concezione tipica in generale dell’area mediterranea dove anche nella lingua dire “ti fotto” vuol dire “stabilisco la mia superiorità su di te”. Anche il nostro Sud una volta era molto più simile alla cultura araba fino all’avvento dell’industrializzazione e del cambiamento culturale: Pier Paolo Pasolini cercò di ritrovare nel Maghreb ciò che andava scomparendo nella cultura contadina e popolare del Meridione italiano. Le cose cambiano con il termine dell’adolescenza dove non si avrà più il ruolo passivo ma solo quello attivo, tollerato socialmente se l’uomo non sostituisce tali rapporti con quelli con le donne, ma se li ha entrambi. Molto più stigmatizzato è il gay passivo definito con epiteti come “zamel, hassas, attai, mabun e mamhun” (“zamel” è colui che lo fa per soldi, “hassas” lo fa per piacere). Per i travestiti e quelli in genere molto effeminati la vita è più complicata, sono i “mukhannat” e i “mbannat” a volte costretti a fare sesso anche dalla stessa polizia la cui divisa incute soggezione. Nella cultura popolare marocchina la trans sarebbe una specie di posseduta: è condizionata dallo spirito “Lalla Aicha”, lo spirito femminile; alcuni genitori cercano di “esorcizzare” tale spirito dai propri figli con un vero e propriorito…all’inizio di agosto portano tali trans in una grotta poco distante da Meknés dove con musica incessante, profumi di muschio e danze ossessive le potenziali trans possono dar sfogo liberatorio alla loro parte femminile comportandosi da donne, truccandosi con l’henné e facendo sesso (qualcosa che ricorda lo sfogo libidinoso consentito alle donne “pizzicate” nelle notti della taranta). E’ una sorta di delega della responsabilità da personale a un’entità superiore, divina e misteriosa che sovrasta tutti gli esseri umani. Rispetto alla cultura occidentale nei paesi musulmani moderati non c’è una “localizzazione” (non ci sono associazioni, discoteche o gay pride) ma la pratica omosessuale non è per questo meno diffusa e addirittura più capillare (gli approcci possono avvenire ovunque e non solo nei luoghi “deputati”), questo però non significa che gli omosessuali arabi se la passino bene, tutt’altro: da quell’11 maggio 2002 dove ci fu un arresto di massa dei frequentatori della “Queen Boat” sul Nilo avvengono spesso controlli, ricatti e intimidazioni da parte delle autorità locali. Le uniche associazioni glbt musulmane sono presenti in Occidente e cercano di sensibilizzare le nazioni arabe su questa questione tramite internet: l’inglese “Al- Fatiha” e l’americana e canadese “International Initiative for Visibility of Queer Muslims”.  La situazione dei gay che vivono in Palestina è fortemente messa in pericolo dal successo di Hamas, spesso sono perseguitati e addirittura prelevati dalle case per essere accusati di “collaborazionismo”, di fare la spia per gli israeliani ed essere picchiati e torturati nelle caserme. Molti fuggono a Tel Aviv (città israeliana molto più aperta della stessa Gerusalemme) dove vivono di prostituzione nascondendosi non più dalla famiglia di origine per la propria omosessualità ma dai poliziotti per la condizione di clandestinità. Per la loro estrema ricattabilità i servizi segreti israeliani cercano di usarli come informatori. Credo che le politiche estere debbano mettere nell’agenda degli incontri bilaterali anche la questione del diritto a una dignitosa esistenza di gay, lesbiche e trans nei paesi musulmani; le bombe hanno peggiorato la loro vita, la diplomazia deve poterla migliorare; credo anche che queste persone abbiano il diritto d’asilo nei Paesi che si dichiarano più democratici.
In Olanda costringono alcuni musulmani che vogliono immigrare a visionare dei video con immagini di baci gay per vedere se sono culturalmente pronti (Calderoli ne sarebbe tagliato al pari del più estremo fondamentalista!); in Inghilterra bisogna leggere una dichiarazione e approvarla sulla cultura inglese che prevede il “partnership act” tra omosessuali.
Questa via mi sa di colonialismo culturale: credo che l’Italia debba cercare la propria via, ovvero quella dell’integrazione e del rispetto reciproco, in nome di un’alterità che è fonte di arricchimento e non di minaccia. La comunità glbt condannerà sempre atteggiamenti omofobi senza mai correre il rischio di generalizzare accuse di razze a noi nemiche.

Gli articoli di Vladimir Luxuria per il quotidiano Liberazione
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