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Genere sport.

di Vladimir Luxuria
Liberazione, 30 agosto 2006

A ridosso del recente Pride svoltosi a Manchester la squadra inglese della città ha deciso di fare un goal contro il pregiudizio: il Manchester City, infatti, diventa la prima squadra “gay friendly” in Europa.  Per prima cosa il direttore Alistair Mackintosh ha devoluto dei fondi per l’associazione lesbica, gay e trans “Stonewall”, poi, sull’esempio di quanto già avviene nella polizia britannica con la “Police Gay Association”, assumerà personale omosessuale per i campi di allenamento e il suo stadio (le squadre inglesi, a differenza di quelle italiane hanno gli stadi tra le loro risorse finanziarie), infine, saranno severamente vietati cori o striscioni contro la dignità della comunità lgbtq. Sarebbe un bel calcio contro calciopoli anche in Italia un nuovo corso etico, educativo per i giovani, contro il razzismo di stampo sessista e omofobo, seguire l’esempio inglese.
In Italia l’agonismo calcistico ha ancora forti tinte maschiliste, come se la virilità fosse l’unico modo di dimostrare di essere uomini e sportivi. Sarebbe l’ora che un atleta gay potesse finalmente dichiararsi  senza temere ripercussioni da camerata negli spogliatoi o di essere irriso dalla tifoseria. Purtroppo il corto circuito sport-virilità ha tristi precedenti storici: Mussolini in Italia con la propaganda della prestante gioventù littoria e Hitler che alle Olimpiadi di Berlino del 1936 volle dimostrare che la superiore razza ariana aveva delle basi anche fisiche. Il problema del doping rientra nell’ossessione di dimostrarsi atleticamente perfetti anche di più di quanto il nostro organismo e l’esercizio fisico permettono, l’idea che attraverso una sostanza esterna il nostro fisico sia “performance”, basta essere una cooperativa di muscoli o fisicamente perfetti per valere, “io lievito, dunque sono”. Oltre al diritto di voto e al diritto allo studio, storicamente le donne hanno dovuto faticare per avere un loro spazio anche all’interno della roccaforte maschilista dello sport.
Per poter parlare di educazione fisica femminile abbiamo dovuto aspettare il 1867 grazie all’istruttore svizzero Rodolph Obermann che scrisse il trattato “La ginnastica femminile” e fondò a Torino la prima squadra di ginnastica preparatoria in rosa. Ancora oggi il calcio femminile è relegato nel sottoscala dello sport, nonostante ci siano tanti talenti anche in questo campo. Ho proposto in sede di Commissione Cultura al Ministro dello Sport Giovanna Melandri di istituire sperimentalmente delle squadre miste, ovvero dei team sportivi dove tutti i generi sono rappresentati. La proposta non è demagogica e intende dimostrare che la tesi della diversità fisiologica tra uomini e donne non è ostativa come si è già dimostrato nel mondo del lavoro, anche perché la capacità agonistica non è un fattore meramente fisico ma anche mentale, di concentrazione intellettiva.
Non reputo sufficiente contro questa proposta neanche la quantità di testosterone presente, in modo naturale o purtroppo artificioso. Il testosterone negli uomini produce uno sviluppo scheletrico più grande e un rapporto tra “massa muscolare” e “massa grassa” a favore della prima. Gli estrogeni nella donna determinano una condizione fisica opposta. Ma, ripeto, le costituzioni fisiche divergono anche tra individui
dello stesso genere anagrafico e non sono nulla se non sono accompagnate da un controllo intellettivo del proprio corpo. Credo che, su questi temi, come ho già potuto verificare da un colloquio privato, ci possa essere un contributo importante da parte di una donna che ha dovuto molto lottare non solo per conquistare trofei sportivi ma anche contro una diffidenza maschilista e di potere: la deputata e campionessa Manuela Di Centa di Forza Italia.
Non c’è, però, solo una questione di genere ma anche di identità di genere e orientamento sessuale nello sport. A dispetto dello sport ufficiale italiano dove non ci sono rappresentanti che si sono dichiarati, c’è una squadra di nuoto, “Pesce”,  formata da gay , ogni anno si svolgono i “Gay Games” e quest’anno, in occasione del Pride romano il Circolo di Cultura Omosessuale “Mario Mieli” ha organizzato una partita gay contro lesbiche. E’ solo di pochi anni fa la decisione del CIO (Comitato Olimpico Internazionale) di permettere la partecipazione di transessuali alle Olimpiadi. Il problema, però, è che per l’ammissione le trans debbano essere operate ai genitali. Lo sport è troppo ossessionato dal maschilismo etero-sessista dimenticando che non dovrebbero esserci barriere né di genere né di identità di genere.  La tesi della “performance” del corpo perfetto si sgretola davanti ai numerosi esempi di sport terapeutici, e, tra i tanti, oltre alle scorse Paraolimpiadi di Torino, cito l’esempio dell’Assori di Foggia: un centro sportivo il cui presidente è il pediatra Costanzo Mastrangelo  padre di Marco, un ragazzo con la sindrome down.
Attraverso il nuoto questo centro educa bambini con problemi fisici, di autismo, disturbati mentali, sordomuti. Una loro allieva, Martina, nel ’94 ha ottenuto un trofeo nella gara della ottava corsia al Foro Italico di Roma. Un altro sport è possibile: più pulito, più onesto, più leale e aperto ai diversamente abili, fisicamente e sessualmente.

Gli articoli di Vladimir Luxuria per il quotidiano Liberazione
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