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Silvia Baraldini è libera Lasciateci dire: evviva l’indulto!

di Vladimir Luxuria
Liberazione, 27 settembre 2006

Silvia Baraldini è stata definitivamente scarcerata. Fine pena. Per lei è scattato l’indulto. Questo giornale è stato tra i pochi – forse l’unico – a sostenere senza riserve l’indulto, e siamo molto contenti di averlo fatto. Se non altro per Silvia (ma non solo per lei).
Alcuni dirigenti politici hanno commentato la notizia. Il Prc ha diffuso un comunicato gioioso, Russo Spena ha dichiarato la sua contentezza. Altre dichiarazioni sono arrivare da La Russa e da Storace (An, ex Msi). La Russa ha defiinito Silvia «il peggio della criminalità, del terrorismo e del paraterrorismo». Storace si è chiesto, ironicamente, «se adesso gli troveranno anche lavoro alla faccia di tanti disoccupati onesti». Non c’è dubbio che La Russa e Storace siano rimasti, nel profondo dell’anima, assolutamente e violentemente fascisti. Vladimir Luxuria
Quattro anni fa chiesi timidamente a Silvia Baraldini – quando stava agli arresti domiciliari a via del Babuino, prima che si trasferisse nel mio stesso quartiere in via del Pigneto – di darmi la possibilità di raccontare tutto quello che lei mi aveva raccontato in lunghi anni di amicizia sulla sua vicenda umana fino alle vicissitudini giudiziarie. Lo chiesi timidamente perché mi sembrava di approfittare di un’amicizia, di una confidenza, di una fiducia: però ero convinta che il teatro potesse essere un luogo che servisse a far rivivere una tragedia spesso dimenticata; molti infatti pensavano con ignoranza che il caso Baraldini si fosse risolto, che il suo arrivo in Italia avrebbe significato la libertà; invece Silvia era agli arresti domiciliari e le veniva concesso solo il tempo strettamente necessario per svolgere il suo lavoro. Silvia non poteva andare al cinema, al teatro, non poteva andare allo stadio a tifare per la sua Roma e non poteva andare in discoteca. Silvia mi rispose che non solo mi avrebbe concesso la possibilità di farsi raccontare a teatro, ma che lo avremmo scritto insieme a quattro mani il testo che poi è stato “My name is Silvia” con la regia di Emiliano Raya. Le interessava soprattutto di parlare della sua vicenda umana, di quegli affetti che spesso Silvia mi ha raccontato con le lacrime agli occhi mantenendo però quella forza e quella solidità che sono stati gli unici elementi della sua sopravvivenza. Sfido chiunque a sopravvivere nelle condizioni in cui lo ha fatto Silvia. Per Silvia è stato costruito un istituto carcerario a posta in completo isolamento, spiata 24 ore su 24 da microfoni e telecamere in una strettissima cella. Le si impediva di dormire: ogni 20 minuti un agente carcerario le puntava in faccia un fascio di luce della sua torcia elettrica per attuare la tecnica di tortura che si chiama “interruzione sistematica del sonno”.
A Silvia era impedito di avere delle tende di plastica per dividere una doccia dall’altra; tramite un sistema di illuminazione artificiale non le si consentiva di distinguere chiaramente i colori. Ancora adesso Silvia soffre per quelle perfidie, e le sue sofferenze si ingrandirono per la tragica scoperta del cancro (al seno e all’utero) che le è venuto durante l’isolamento.
Oggi finalmente Silvia torna ad essere una donna libera e quando ho ricevuto nell’aula di Montecitorio la sua telefonata abbiamo riso e pianto insieme. Come abbiamo riso e pianto insieme alla fine della rappresentazione di “My name is Silvia” che una volta ho messo in scena privatamente per lei a casa sua. Forse – lo dico per chi crede – da qualche parte, in cielo, anche la mamma e la sorella stanno sorridendo.

Gli articoli di Vladimir Luxuria per il quotidiano Liberazione
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