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Olimpiadi a Roma.

di Vladimir Luxuria
Liberazione, 26 ottobre 2006

“Corro scalzo per sentire meglio quello che sussurra la terra”: è una frase di Abele Bekila, l’atleta che appassionò tutto il mondo trionfando alla maratona durante le Olimpiadi di Roma nel 1960 e riconquistò un’altra vittoria mondiale a Tokio nel 1964.
Lui non aveva le scarpe della Nike o di altre multinazionali, non aveva altri loghi sulla maglietta se non il suo numero, l’undici: proveniva dalla povera e defraudata Etiopia e, dopo aver fatto un giro anche del Colosseo, entrò trionfante nello Stadio dei Marmi, quello voluto da Benito Mussolini, beffandosi di quella goffa parodia del dux romano alla conquista dell’Abissinia con una vittoria meritata e spettacolare. La Camera dei Deputati ha da poco approvato la candidatura di Roma alle Olimpiadi 2016, con una mozione che “impegna il governo ad assumere ogni possibile immediata iniziativa per far sì che la candidatura per il 2016 sia condivisa”. Adesso il sindaco Walter Veltroni chiederà al Coni di inoltrare la candidatura al Comitato Olimpico Internazionale (così speriamo si distragga da strane idee tipo mettere le telecamere per filmare i clienti delle prostitute…anche il sesso a pagamento tra adulti e consenzienti è uno sport nazionale da non criminalizzare). Gianni Letta sarà il presidente del Comitato promotore  per la buona riuscita di questa iniziativa. Gli unici a votare contro sono stati i leghisti che forse avrebbero preferito Pontida come sede per ospitare i giochi ritirando fuori la “questione settentrionale” o forse perché proprio di questo sport non ne capiscono un granché, troppo “terrone”, troppo greco, e poi i vincitori nelle antiche “olimpie” elleniche venivano incoronati con l’ulivo selvatico, troppo ulivo, troppo Prodi!
Eppure lo sport ha un grande pregio, quello di unire: lo hanno dimostrato i calciatori della nazionale che hanno visto gioire tutti gli italiani e chi vorrebbe essere tale: al mio quartiere romano, il Pigneto; hanno esultato rumeni, cinesi, arabi e senegalesi. Lo sport unisce indipendentemente dalle squadre che si tifano nei campionati (anche un ultrà della Lazio ha urlato di gioia al tiro di rigore di Totti), lo sport unisce indipendentemente dalla provenienza geografica (da Pontida a Canicattì), dalla fede politica, dalla classe sociale e dall’orientamento sessuale, è “La livella “di Totò che ci vede tutti svestiti da divise e ruoli.  Le Olimpiadi servono però anche a contrastare quella “monocultura del calcio” per offrire la varietà e la ricchezza di altre competizioni agonistiche. Nell’antica Roma lo sport aveva l’unico compito di divertire e distrarre il “popolino”, nelle Olimpiadi naziste del 1936 a Berlino si voleva dimostrare attraverso lo sport la superiorità della razza ariana sulle altre, così come quelle statue muscolose e omoerotiche allo Stadio dei Marmi dovevano pubblicizzare la marzialità italica.
Le Olimpiadi dovranno servire a riscattare moralmente le stagioni di scandali e corruzioni, quel “doping” anche amministrativo che ha vissuto il calcio, con una gestione esageratamente trasparente dei fondi cospicui che verranno stanziati per preparare l’evento così come ha annunciato la Ministro Melandri. Il riscatto dello sport non è uno stupido e anacronistico patriottismo ma valorizzare l’impegno costante di chi si allena con il corpo e con la mente e non brucia le tappe e i suoi neuroni con sostanze dopanti in nome del tempo che è denaro, la lealtà di chi fa di tutto per vincere ma rispetta la bravura dell’avversario.
Se ci deve essere un simbolo per Roma 2016 questo è Abele Bekila, un africano che a piedi nudi ha lottato per vincere e non guerreggiato per sfruttare e lucrare. Olimpiadi Bekila Roma 2016.

Gli articoli di Vladimir Luxuria per il quotidiano Liberazione
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