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A scuola di violenza.

di Vladimir Luxuria
6 aprile 2007

Un ragazzo di sedici anni, M., nel fiore della sua gioventù dice alla mamma che lui quel giorno non andrà a scuola e quando è ormai solo, dopo aver lasciato una lettera di scuse ai suoi più cari, si getta nel vuoto. La mamma era già stata a colloquio con la preside del “prestigioso” Istituto Sommelier di Torino, per lamentare il fatto che il figlio, pur eccellendo nei risultati scolastici, era vittima di ripetute ingiurie: “Sei gay!” gli dicevano, “Sei come Jonathan!”, lo paragonavano a quell’insulso personaggino del Grande Fratello che, venuto a sapere della tragedia, ha subito precisato che lui in realtà non è gay, per carità, è solamente un “dandy”, facendo fare un po’ di giravolte nella tomba a Oscar Wilde. Questo episodio è soltanto uno dei tanti suicidi che purtroppo vedono sempre più coinvolte le nuove generazioni, i senza-futuro della nostra società in preda a disfunzioni alimentari, depressione, disturbi da deficit dell’attenzione e iperattività per i quali nella passata legislatura il Ministero della salute aveva contemplato la cura attraverso psicofarmaci sull’esempio catastrofico americano. Secondo una recente indagine di Telefono Azzurro-Eurispes il 27% di ragazzi e ragazze ha subito atti di bullismo nelle aule scolastiche italiane.  Del totale dei casi oggi sappiamo che oltre il 30% riguarda insulti e aggressioni fisiche motivate da una presunta diversità di orientamento sessuale, cause spesso di “omofobia interiorizzata”, ovvero vivere così male la propria verità da diventare essi stessi i primi violenti.
La mamma di M. aveva avvisato la preside dell’Istituto e gli insegnanti e adesso tutti piangono lacrime di coccodrillo, nessuno se lo sarebbe mai aspettato; anche il Ministro dell’Istruzione Fioroni, quello che scenderà in piazza per la manifestazione apertamente omofoba del 12 maggio, nel suo pacchetto di provvedimenti contro il bullismo ha coscientemente evitato ogni riferimento alla violenza verso adolescenti e studenti gay, lesbiche e trans, e oggi prova dolore tardivo “come uomo e come padre, prima che come ministro”.
Mentre già sulle pareti del liceo romano “Aristofane” è comparsa la scritta “VIA LE LESBICHE DALLA SUOLA”, solo poche scuole hanno aderito a un progetto europeo dal titolo “Towards an inclusive school” (verso una scuola inclusiva) contro l’omofobia, e la maggior parte delle scuole esprimono diffidenza e rifiuto a far parlare nelle classi rappresentanti dell’Agedo (Associazione dei Genitori  di Omosessuali) o gay, lesbiche e trans esponenti dell’associazionismo per insegnare che siamo parte naturale della biodiversità e magari dare una parola di conforto a chi, già in una fase delicata della psicologia evolutiva, affronta crisi di identità sessuali. Se a questo si aggiunge che troppo spesso nelle scuole pubbliche, per non parlare delle private,  durante l’ora di religione si abbina l’omosessualità a una perversione, all’inferno, al disordine morale,  non è facile capire quanto diventi duro per tali adolescenti continuare ad affrontare un ambiente così ostile, fino al punto da preferire la morte. Di quanti altri suicidi, per vergogna dello stesso ragazzo, degli insegnanti o dei genitori non verremo mai a sapere il vero motivo?
Molti di noi oggi si sentono dei “survivor”, dei sopravissuti al terribile virus della violenza, e quel bel ragazzo che vedo sulla foto con occhi grandi che avrebbero potuto abbracciare il mondo e con un sorriso dai denti di avorio che avrebbe potuto allontanare il male da sé, quel ragazzo suicida mi riporta alla mente tutto quello che ho dovuto patire io a scuola. La prima volta fu una bacchettata sulla mano alla quinta elementare perché alla domanda della insegnante sospetta “Ti piacciono i maschietti o le femminucce?” fui sincera come sempre lo sono stata. Poi le scuole medie inferiori all’Istituto “De Sanctis” di Foggia, scuole separate, uomini da una parte, le donne dall’altra, nonostante la Riforma Scolastica già dal 1963 aveva previsto classi miste. Le classi single-sex sono state volute soprattutto dalle scuole private di matrice religiosa e oggi c’è una rivalutazione verso le classi mono-sessuate nell’amministrazione Bush e in generale dai teo-con. Le classi composte solo da ragazzi inevitabilmente creano un’atmosfera cameratesca e il debole, il molle, l’effeminato, il non-conforme diventa la vittima della classe-branco. Io ho provato cosa significa trovarsi la pipì nelle scarpe negli spogliatoi durante l’ora di ginnastica, l’essere rimproverata per la mia schiettezza dall’insegnante di religione, ricevere bigliettini con scritto “Ricchione” ed essere accolta in aula o alle interrogazioni con gomitatine e coretti sfottò con il farsetto alla “Cugini di Campagna”.
Importante è il prossimo 17 maggio, giornata mondiale contro l’omofobia, in ricordo di quel 17 maggio 1990, quando milioni di gay, lesbiche e trans all’improvviso si sono ritrovate guarite dalla malattia per decisione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: a una settimana dall’ “Infamily Day” saranno tante le iniziative a sostegno di una società inclusiva contro tutte le discriminazioni, questa giornata sarà dedicata al giovane suicida.

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