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Lucciole. Chi vuole spegnerle?

Di Vladimir Luxuria
Liberazione, 7 ottobre 2007

La prostituta come “etero-convertitore” oppure come “misuratrice di virilità”, missionarie per debellare a pagamento il pagano vizio dell’omosessualità. Sto rileggendo con grande interesse “Prostituzione, dal Diritto ai Diritti” di Roberta Sapio (Leoncavallo Libri) per il quale scriverò una introduzione per la riedizione.
Fino al XVI secolo la prostituzione era più che tollerata come “male minore e necessario” per la salvaguardia della famiglia intesa come matrimonio riproduttore, meno peggio che masturbarsi o fare sesso con una persona dello stesso sesso. Lo storico Jacques Le Goff pone l’accento sul fatto che la stessa Chiesa (basandosi sul pensiero di Agostino e Tommaso) condannava la lussuria ma tollerava il meretricio.
Nell’Italia anni ’50 erano addirittura i padri a celebrare il rito di iniziazione dei figli adolescenti che si “sverginavano” con le Mamma Roma, magari sotto l’arco dell’Acquedotto romano nel quartiere Mandrione tanto caro a Pasolini: ancora oggi ci sono tracce di carta da parati con cui le prostitute, spesso ragazze di provincia, personalizzavano i luoghi del consumo sessuale. I ragazzi gay o chi soffriva di impotenza spesso pregavano in lacrime la prostituta di non essere “sputtanati” e quasi sempre con benevolenza (e perché comunque era pagata lo stesso e chissenefrega anzi uno sforzo in meno!) non usciva fuori dalla baracca il flop e la mancata dimostrazione di maschia virilità. Più tragicamente nei campi di concentramento i medici nazisti costringevano i “triangoli rosa”, ovvero gli omosessuali internati, ad avere rapporti con prostitute come terapia.
Rispetto al passato oggi la prostituzione non è più declinabile solo al femminile biologico ma è sempre più ampia l’offerta di transgender e uomini di piacere, i cosiddetti “gigolò” o “rent-boys”, ma mai nessuno oserebbe proporre a eterosessuali omofobi di guarire da questo disturbo psichico provando il piacere omo o transessuale obbligandoli a un rapporto sessuale. Non siamo vendicativi né ci interessa la nemesi storica.
Nel 1500 la sifilide terrorizza la popolazione, le nazioni si incolpano l’una con l’altra sulla provenienza geografica del male: “morbo gallico”, “male italiano” o “mal portoghese”. Particolarmente irrigidita contro la Riforma luterana anche la Chiesa cattolica esprime la sua teoria: la sifilide ha un’origine extraterrestre, è il “castigo divino” che si evita solo con la castità. Interessante notare certe similitudini con quanto è avvenuto con la comparsa dell’Aids! Da questo momento in poi uno tzunami moraleggiante e bigotto travolgerà le prostitute con una serie di provvedimenti: espulsioni, schedature, ricovero coatto negli Ospedali degli Incurabili, uffici di decoro pubblico.
Il primo provvedimento unitario italiano si ebbe nel 1857, un decreto ministeriale di 98 articoli, il Regolamento Cavour: sorveglianza con agenti di polizia dei costumi, registrazione come prostitute pubbliche o patentate che non consentiva la prostituzione part-time e temporanea, visita medica obbligatoria. Ad appoggiare tali norme saranno i regolamentaristi, contrari gli abolizionisti, la Chiesa da allora fino a Don Benzi oggi propone il proibizionismo tout-court. Gli abolizionisti chiedevano la chiusura dei “sifilicomi”, ospedali che spesso confinavano con il carcere, le sezioni femminili delle organizzazioni operaie richiamavano lo sfruttamento proletario. Nel dibattito odierno ritorna l’ipotesi delle case chiuse, chiuse per davvero dalla legge Merlin che il prossimo anno compie 50 anni. Chi soffre di nostalgia soffre soprattutto di ignoranza su quello che effettivamente avveniva in questi bordelli: i talent-scout, all’epoca definiti “collocatori” organizzavano il reclutamento e le tournée delle proprie “artiste” marchiate da un nome d’arte che rivelava la propria specialità, ad esempio “Bocca di fata” non era una virtuosa cantante ma una ragazza obbligata a due bordelli al mese, a dare la metà del compenso al tenutario, il resto un po’ per lei e una percentuale al collocatore; la donna non aveva il diritto di rifiutare il cliente ma doveva subirlo, a differenza delle lucciole che lavorano oggi con coscienza e rifiutano clienti sotto l’effetto di droga o alcol, uomini aggressivi o cafoni o chi chiede di farlo senza protezione. “Bocca di fata” era obbligata a visite vaginali a gambe divaricate, solo le donne… non certo si costringevano a essere esaminati i clienti maschi! Il dottore era il “tubista” e se la donna risultava o era solo sospettata di malattie doveva interrompere le performance senza nessun ammortizzatore sociale, senza assistenza economica, della serie “se ti ammali ti butto via”.
La legge Merlin contiene principi e norme tuttora validi ma è insufficiente a regolamentare il fenomeno. Lo sfruttamento della prostituzione, trarre lucro sul corpo delle altre, indurre o costringere una persona con violenza, minaccia, inganno, in stato di infermità o minoranza psichica, se chi lo fa è un parente, se il fatto è commesso ai danni di una persona tossicodipendente prevede il raddoppio della pena all’articolo 4 della. C’è un paradosso sulla questione della parentela: lo status giuridico di “prossimo congiunto” dal quale sono esclusi i conviventi. La mancanza di un riconoscimento giuridico sulle coppie conviventi da un lato scagiona dal raddoppio della pena per favoreggiamento, dall’altro condanna un convivente e qualsiasi persona che beneficia dei soldi ottenuti con il lavoro sessuale: convivente o qualsiasi altro sconosciuto per la legge attuale pari cosa sono e dunque potrebbe essere incolpato come un tassista che accompagna la lavoratrice sul luogo di lavoro. In altre parole chiunque abbia a che fare con una lucciola può incorrere nel reato di favoreggiamento e sfruttamento.
I limiti della legge Merlin sono nella contraddizione tra la giusta protezione dallo sfruttamento e la condanna del lenocinio, dal racket e la tratta dello scafista albanese di oggi come il magnaccia di ieri, ma non contiene nessuna tutela per la dignità delle “sex-worker”, sia chi esercita full-time sia  chi esercita solo per un breve periodo di tempo, favorendone purtroppo lo stigma, la ricattabilità, la criminalizzazione, l’emarginazione sociale. La prostituzione non è reato ,ma non puoi farlo in casa, in un ambiente pubblico, non puoi pubblicizzare la tua attività in maniera esplicita ma sotto forma di massaggiatrice su quotidiani a pagamento, non puoi farlo in macchina perché ti sospendono la patente perché anche il veicolo è mezzo di adescamento e se non sei residente rischi il foglio di via. Tutti i provvedimenti dei sindaci dei vari schieramenti sulle multe alle lucciole (alle quali consiglio la contestazione), le multe sfascia-famiglia a casa dei clienti, l’applicazione del regio decreto del 1931 a Montesilvano per mascheramento alle trans (come se essere trans equivalesse a calarsi un passamontagna per non farsi riconoscere!) è un chiaro abuso interpretativo…c’è un clima repressivo che va ben oltre la giusta battaglia contro la tratta e la prostituzione minorile! C’è poi chi, come il vice-sindaco di Milano De Corato e non solo, vuole vietare la prostituzione sulla strada tout-court contro qualsiasi ipotesi di “zonizzazione” sperimentata con successo a Mestre. Le multe sono state definite da Piero Ostellino sul Corriere della Sera come “sviamento di potere” per un fine costituzionalmente non consentito che rischia di sconfinare nel reato di “abuso di ufficio”, articolo 323 del Codice penale, in quanto “arreca un danno ingiusto”.
Contemporaneamente si rende impossibile il lavoro in casa e in via Sammartini a Milano si confiscano gli appartamenti dove lavorano transessuali migranti nonostante i proprietari dei locali erano stati precedentemente assolti dall’accusa di sfruttamento perché gli affitti richiesti erano in linea con quelli di mercato (500-700 euro al mese) senza ulteriore lucro sull’attività scolta in casa. Anche il portiere dello stabile è stato assolto dall’accusa di raccogliere materialmente gli affitti. Multe, telecamere, invasione nella privacy sui dati sensibili, impossibilità di mini-cooperative di mutuo-aiuto di sex-worker, non riconoscimento di status di lavoratrice…una società che sempre più con propaganda si scaglia sugli ultimi per nascondere i veri problemi del Paese e l’ipocrisia sessuofoba. Bisogna resistere e reagire: “sebben che siamo lucciole paura non abbiamo!”.

Gli articoli di Vladimir Luxuria per il quotidiano Liberazione
www.vladimirluxuria.itwww.liberazione.it
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