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8 Marzo.

di Vladimir Luxuria
Liberazione, 8 marzo 2008

C’è un filo rosso sangue che unisce la nascita della Giornata Internazionale della Donna al tragico bollettino di 4 morti al giorno sul lavoro: lo sfruttamento e la morte di tante donne nelle fabbriche. Non è importante accertare se la morte di 129 operaie dell’industria tessile “Cotton” a New York fu causata dal doloso incendio appiccato dal datore di lavoro per punirle di aver scioperato, quello che è certo è che con la rivoluzione industriale la donna fu scandalosamente sfruttata con turni di lavoro in fabbrica dalle 12 alle 17 ore e paghe dimezzate rispetto a quelle maschili.
E qui c’è un primo paradosso: la “NATURA”! Una trappola per precludere per genere molte cose alle donne. Secondo il potere maschilista la donna era troppo fragile per affrontare le gravi responsabilità di comando, però poteva essere lo stesso massacrata dal lavoro con tanti casi di morti bianche femminili neanche degne di essere riportate dalle cronache. Le condizioni del lavoro femminile sono cambiate ma non è cambiata la disparità rispetto agli uomini: il gap per le retribuzioni nette annue tra uomo e donna è meno 3800 euro per i dipendenti a tempo indeterminato a oltre meno 10.000 euro per gli autonomi. Il 54% del lavoro precario è donna,  un rullo compressore sui diritti sindacali, un arretramento rispetto alle conquiste degli anni ’50 sul divieto di licenziare o svolgere lavori pesanti durante la gravidanza e l’allattamento. La legge 30 non prevedeva neanche tali ammortizzatori sociali con un passo indietro rispetto addirittura alle intenzioni dello stesso Biagi disattese da Maroni.
Molte lavoratrici precarie desiderano essere mamme ma rimandano l’attuazione di questo desiderio perché temono di non veder rinnovato il proprio contratto di lavoro ed è incredibile pensare che coloro che vorrebbero “santificare” i promotori del precariato siano poi quelli che blaterano al vento la difesa della famiglia e della natalità. Mi colpì molto il caso di una donna siciliana, Ivana Maugeri, sospesa dal call center Incoming  perché incinta, nonostante avesse tentato di nascondere il pancione con una maglia più larga, quasi che il diventare madre rappresenti un handicap nella logica dello short-termism, il più alto profitto nel più breve tempo, dove l’assenza retribuita per maternità e allattamento rappresenta solo un costo per l’azienda e non una risorsa per la società. Mi colpì anche il caso di Raffaella, una donna licenziata dall’azienda Icp Faip a Vaiano Cremasco perché a causa della riduzione della pausa mensa di mezz’ora aveva accumulato dei ritardi per andare a prendere la figlia a scuola e dunque il “ritardo ingiustificato protratto” diventa giusta causa. Nel settembre dello scorso anno siamo riusciti come Sinistra a far approvare un DDL contro i licenziamenti in bianco, ovvero una lettera di dimissioni che sottoscriveva con il ricatto chi aveva disperato bisogno di lavorare, 18.000 casi l’anno in cui rientrava anche la donna incinta.
Se è difficile essere donna, madre e lavoratrice è altrettanto difficile trovare donne nei posti “di potere”: tante donne lavorano nella scuola ma poche sono le presidi, tante donne lavorano in ospedale ma poche sono primarie, fino alla discrepanza tra elettorato attivo e passivo femminile con uno scarso 16% di elette in Parlamento e mosche bianche come Ministri, al punto di esserci meritati il 63° posto nella classifica mondiale della rappresentanza femminile nei parlamenti nazionali. Da noi l’idea di primarie tra una donna e un uomo di origine africana sembra fantascienza, come il fatto che ci sia una donna di colore, Michaelle Jean, a ricoprire il ruolo di governatrice del Canada.  L’8 marzo ripropone il tema della violenza sulle donne, soprattutto entro le mura domestiche, e la mancata approvazione di una legge sullo stalking per la prematura caduta di questo Governo, il tema di una infausta legge 40 che obbligando l’impianto di tutti gli embrioni fecondati che non possono essere congelati ha provocato un vertiginoso aumento di parti gemellari e trigemini, casi di gestosi e di aborto, l’offesa di essere paragonate a un boia che inietta veleno in un carcere in Texas se si vive il dramma dell’aborto…insomma il grande tema che devono essere gli altri a decidere per te e farti sentire sottomessa perché per “natura” è così.
Io sono transgender, la femminilità per me non è un dato anagrafico ma un terreno di conquista e se è difficile farsi rispettare come donna dagli uomini pensate quanto lo sia per chi rinuncia a una maschilità che non sente. Alle trans il tema della “natura” è stato strumentalizzato anche per negarci il diritto di essere quello che siamo, di essere tutelate dal Servizio Sanitario Pubblico per la nostra transizione, porte in faccia sbattute dove si va a chiedere un lavoro appena mostri quel pezzo di carta del documento di identità che non ti rappresenta. Il tema della “natura” è stato usato per negare alle donne storicamente il diritto al lavoro, allo studio, alle pari opportunità così come “contro-natura” viene bollato un rapporto affettivo omosessuale e quindi senza diritti pubblici. Dalla critica al potere maschilista, misogino e omo/transfobo è nato il movimento lesbo-gay-trans parallelamente e in simbiosi con il movimento femminista.
Io sarò sempre dalla parte di chi è discriminato per genere, orientamento sessuale o identità di genere e mi auguro che questa alta battaglia non venga inquinata da più bassi argomenti di ripicche per scelte (non mie) di candidature. L’8 marzo è anche mio.

Gli articoli di Vladimir Luxuria per il quotidiano Liberazione
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