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Vladimir Luxuria racconta il suo viaggio ad Auschwitz

Chiedo informazioni alla reception dell’albergo a Cracovia su come raggiungere Auschwitz, che da qui dista una settantina di chilometri. Mi corregge: il luogo si chiama Oswiecim, il suo giusto nome in polacco. Il nome Auschwitz lo impose Himmler nel 1940, cosi’ come i nazisti cambiarono i nomi delle vie e proibirono l’uso della lingua polacca nelle scuole pubbliche, in nome della strategia dell’annientamento culturale e identitario, per cui nella Polonia sotto il nazismo come nella Slovenia sotto il fascismo lo studio della propria cultura poteva avvenire solo in scuole clandestine.
Per andare ad Auschwitz (purtroppo il nome tedesco serve a preservare la memoria di quell’orrore!) basta prendere il bus numero 1 e pagare circa 6 euro andata e ritorno.
Mi sveglio presto il mattino dopo, faccio la mia doccia, prendo il caffe’e salgo sull’autobus.

Non ebbero il tempo neanche di lavarsi la faccia i milioni di vite umane deportate da 28 nazioni nel piu’ famoso campo di concentramento, solo dall’Italia 40.000 deportati di cui 8.369 ebrei e solo in 3.000 sopravvissuti. Prelevati da casa con le minacce, le armi e i cani, incolonnati a braccia alzate o dietro la nuca in segno di resa, caricati su vagoni ciechi.

Sul bus la radio e’ accesa : ad Auschwitz l’orchestra suonava per segnare il ritmo della marcia dei prigionieri quando uscivano per lavorare e quando rientravano portandosi sulle spalle quelli che non ce l’avevano fatta.
Guardo i cartelli pubblicitari in polacco e mi sforzo inutilmente di capire : i cartelli che portavano appesi al collo gli internati spiegavano il tipo di colpa commessa, ad esempio se uno riusciva a evadere, per rappresaglia tutta la sua famiglia era imprigionata nel campo con un cartello su cui si spiegava il perche’ erano li’, un monito per chi aveva anche solo sperato di fuggire anche lui.

Con me ho una piccola borsa con una macchinetta fotografica, soldi e documenti : nel Bloc 5 e’ conservata una montagna di valige consunte, sopra ci avevano scritto nome e indirizzo, cosi’ se si fosse persa si sarebbe saputo dove mandarla : dentro ci avevano messo lo stretto indispensabile… spazzola, spazzolino, pennelli da barba, abiti, libri, occhiali. Tutti questi oggetti sono ammassati al museo dello sterminio, sequestrati ai proprietari prima di essere mandati nelle camere a gas.

Mi guardo gli scarponi da neve, ho fatto bene a mettere quelli con tutto il bianco gelido che c’e’ ovunque ! Al museo della vergogna ci sono cataste di scarpe senza piedi, stivali, scarponcini, persino zoccoli di legno olandesi, fisso lo sguardo su un paio di sandali color rosa con una fibia tonda argentata. A quale ragazza le avranno tolte prima di spogliarla per prepararsi alla morte ? Sono sicura che tutte le volte che vedro ‘ le scarpe esposte nella vetrina di un negozio o ammassate in un mercatino dell’usato, non potro’ non pensare a quella ragazza senza volto.
Adesso fa caldo sul bus, mi tolgo il cappello di lana e do’ un’aggiustatina ai capelli : nel museo dell’orrore dietro una vetrina c’e’ una distesa di capelli rasati alle donne, 1950 chili di capelli che venivano venduti all’industria tessile tedesca a 50 pfenning a chilo per farci tessuti o retine. Nei corridoi di Auschwitz mille occhi ti guardano : quelli di tante donne rasate e fotografate, quelli di tanti uomini con la divisa a strisce. Dalla primavera del 1943 in poi gli ebrei non vennero piu’ fotografati, erano ormai in troppi e poi identificarli non serviva piu’, di loro non sarebbe dovuta restare neanche questa traccia.

Il bus fa una fermata intermedia, sale una mamma con il suo bambino tutto infagottato con una tuta imbottita che sembra il pupazzo della Michelin ! Con amore gli sbottona la tuta e gli toglie i guanti. Nell’inferno di Auschwitz hanno dannato anche i bambini, che, non essendo
utili a scavare fossati di recinzione o a costruire baracche di mattoni, venivano mandati nei crematori. Dietro le bacheche ci sono maglioncini fatti a mano, un vestito con le tasche cucite a forma di cuore, una bambola rotta con la gonna scozzese e un papillon, dietro i vetri ci sono tanti biberon. Sulle donne incinte, invece, il ginecologo nazista Carl Clauberg condusse esperimenti di sterilizzazione dall’aprile 1943 al maggio 1944 ; quasi tutte morirono, poche sopravvissero ma con seri danni permanenti.

Vedo il cartello della cittadina di Oswiecim, ci sono officine di demolizioni di auto, « autodemolicja ». Siamo arrivati, mi stavo quasi appisolando, i sedili erano cosi’ comodi : nelle baracche di legno di Birkenau si dormiva sul duro con un po’ di paglia, i bisogni si facevano davanti a tutti nelle buche e senza carta igienica ; quei casermoni erano stati in realta’ costruiti per tenerci dentro 52 cavalli dell’esercito tedesco, ma furono destinati a contenerci 400 prigionieri a cui dare meno dignita’ degli animali.

Sono stati trucidati circa 5 milioni di persone : con la stella gialla per gli ebrei, il triangolo rosso per i prigionieri politici, il triangolo nero per prostitute e persone definite ‘antisociali’, il triangolo viola per i Testimoni di Geova, con una ‘zeta’ per rom e sinti, il triangolo rosa per obbligare gli omosessuali a ostentarsi prima di venire ammazzati o di suicidarsi sui fili elettrici.

In « Se questo e’ un uomo » Primo Levi scrisse :

Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici :
considerate se questo e’ un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa e’ donna,
Senza capelli e senza nome
Senza piu’ la forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo come una rana d’inverno.
Meditate che questo e’ stato :
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi »

Noi continueremo a lavarci, prendere il caffe’, vestirci e prendere l’autobus o la macchina. Ma dopo aver visitato Auschwitz , il campo di demolizione della dignita’, dopo aver visto dove puo’ arrivare l’orrore umano, nulla sara’ piu’ come prima, e anche i gesti ordinari e banali saranno un ricordo della sofferenza piu’ truce.