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Terzo Giorno: 2 Aprile

Mozambico – Diario di Vladimir Luxuria
Terzo Giorno: 2 Aprile

31 Marzo1 Aprile2 Aprile - 3 Aprile4 Aprile

La giornata comincia con la visita a un centro sanitario di Nicoadala, una ventina di chilometri da Quilimane, in realtà sembrano 100 Km per le buche, i crateri e le pozze piene d’acqua dove la malaria nidifica e dove ci passano pochi autobus scassati con il vetro rotto dalla parte del conducente. Strada facendo lunghe fila di persone vanno a piedi come se il semplice andare al mercato o da un medico fosse un lungo esodo.
Il centro sanitario distrettuale di Nicoadala è gremito da bambini appena nati, piccoli tenuti a zaino o attaccati al seno materno e tante, tantissime donne con il pancione. L’unica dottoressa del centro ci spiega che, nonostante qui avvengano 200 parti al mese, solo il 48% delle donne incinta del distretto si rivolgono al centro sanitario, le altre scelgono di farlo nei villaggi, sia a causa delle lunghe e difficili distanze, sia per retaggio culturale. Eppure avrebbero bisogno di assistenza: visito il reparto post-parto (la nonna di una bellissima neonata mi chiede di suggerirle un nome, io propongo “Maria Da Luz”, lei concorda), assisto alla distribuzione di zanzariere indispensabili per proteggersi dalle zanzare malariche; noto che le zanzariere Unicef sono azzurre, mi spiegano che con quelle bianche si ha il rischio che vengano usate come rete da pesca o per farci un velo da sposa. Assisto alla pesa periodica dei bambini appesi nudi come provoloni, per far sì che anche dove il terreno è sconnesso si possa avere un peso attendibile del bambino. Poi è il momento della vaccinazione, quello meno gradito dai bambini per via della puntura: la plusvalente. E poi vermifughi, consigli pediatrici… e poi, un momento emozionante, mi danno la possibilità di somministrare io stessa l’antipolio agli infanti. Mi spiegano che vanno fatte cadere tre gocce da una fiala conservata in un mini-frigo direttamente nella bocca, operazione facilissima visto che la spalancano tipo cantante lirica in un acuto, per piangere dopo la punturina. Mi fanno visitare anche la sala consultorio dove è possibile non solo ottenere consigli e medicinali, ma anche fare il test rapido HIV, con un cartoncino colorato reattivo tipo test di gravidanza: dopo solo 10 minuti si ha il risultato, permettendo le prime cure e consigli senza obbligare la donna incinta a doversi fare un’altra scarpinata a piedi per sapere il risultato.
Poi c’è il momento che ho più temuto, il primo impatto con bambini piccolissimi malati di AIDS o di malaria. Non ci sono più i gridolini allegri dei tanti bambini che ho visto, ma un lamento di dolore monotono, disperato. Deglutisco le lacrime: c’è troppa sofferenza qui perché io ne aggiunga anche la mia, e osteggio calma. C’è un bambino sdraiato sul lettino con le braccia aperte come se fosse crocifisso, il respiro è affannato e il pancino sembra esplodergli. C’è un piccolo dalla pelle giallognola che dorme, quando tossisce si vede la sua linguetta viola per il violetto di genziana usato contro le lesioni della mucosa interna alla bocca, infatti sulle sue labbra ci sono vistose ferite.
Poi c’è una bambina con il viso da vecchia accanto alla madre, entrambe malate, entrambe con gli occhi persi nel vuoto.
Insieme alla KEWA, un’associazione nata nel 2002 contro le discriminazioni dei sieropositivi e l’assistenza dei bambini orfani e disagiati, conosciamo alcune realtà familiari in piccoli villaggi interni senza elettricità: Candido, 27 anni, il fratello grande che deve fare da genitore ai fratelli e sorelle, orfani di genitori scomparsi di Aids, lui a sua volta malato e padre di due figli, abbandonato dalla moglie dopo la comparsa dei primi sintomi. Visito poi un’altra capanna di fango e legno, piccolissima, dove vivono quattro bambini orfani, bellissimi, educati, tra cui Emoque, 8 anni, capelli fitti e ricci, senza qualcuno che li ami o che dica loro almeno “buonanotte” prima che si stipino su un duro giaciglio stretti in una stanzetta buia che mi hanno mostrato.
La giornata di oggi mi ha fatto capire quanto importante è il lavoro di tutti coloro che hanno abbandonato la propria nazione per lavorare in associazioni come l’UNICEF e tante altre. Ho capito che tutte le persone che hanno fatto donazioni economiche è come se avessero premuto anche loro quella fiala per dare gocce antipolio a un piccolo scalzo vestito di stracci, è come se anche loro avessero dato una carezza a uno dei tanti orfani di questa grande terra.

Alcune fotografie della giornata:

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