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Recensione – “Le Favole non dette” – Gazzetta del Sud

Solidarietà e amore contro pregiudizi ed emarginazione di Francesco Bonardelli

Messina
“La lettura e la scrittura sono i modi migliori per non restare mai soli, per contemplare la realtà e il sogno senza interruzioni di alcun tipo, comprese quelle pubblicitarie”: se a dirlo è Vladimir Luxuria, che proprio da una delle trasmissioni televisive più seguite – il reality “L’isola dei famosi” – ha ottenuto maggior successo acquisendo vasta notorietà, c’è da crederci. E per dimostralo è bastato constatare la massiccia presenza di fans ed estimatori, dentro e fin fuori la libreria “Ciofalo”, in occasione del più seguito tra gli “Incontri con l’autore” organizzati dal titolare Nino Crapanzano per celebrare i settant’anni dalla fondazione dell’importante riferimento culturale della città. Occasione, l’uscita presso Bompiani della raccolta “Le favole non dette”, dedicate dall’artista ed ex parlamentare di origini foggiane a tutti gli individui “di buona volontà” disposti a rifiutare i pregiudizi su ogni diversità in nome dell’amore e della solidarietà. Il concetto-base delle storie, che opportunamente il giornalista Rosario Pasciuto – conduttore dell'”Alchimista”, la rubrica culturale della Rtp – ha più volte richiamato nella sua conversazione con la scrittrice: non proprio esordiente nel campo dell’editoria, ma comunque alle prese con la sua prima opera “importante” per contenuti e forme di un genere letterario coraggiosamente rinnovato. Perché di fiabe, ispirate ora ai miti di Hans Christian Andersen e di Collodi, ora alla tradizione e alla cultura popolare nelle terre del sud, si tratta. “Testi in cui c’è tutta la mia umanità”, ha detto Luxuria: la mia esistenza e la mia fantasia, reclamate nel diritto “ad essere me stessa”. Un’esigenza vitale senza scandalo e senza provocazione, che annulla per Pasciuto l’idea stessa di tolleranza, a favore di una dialettica umana che mai presuppone teorie di differenze, o di presunte superiorità. Di genere, di condizione, di provenienza. Allora i piccoli-grandi eroi dei racconti, che simboleggiano come in ogni fiaba il male e il bene contrapposti nella lotta eterna per un dominio che diviene essenza stessa della società. E il male può essere via via lo sfruttamento a fini spettacolari della diversità, l’emarginazione dei più deboli e dei più svantaggiati a fini ideologici o commerciali, la repressione di ogni desiderio di cambiamento legittimamente espresso. Con il bene rappresentato invece, sempre e comunque, da quel ragionevole istinto a realizzarsi, nei termini e nei modi a ciascuno più congeniali: senza riserve o pregiudizi. Un messaggio chiaro, velato a volte di risentimento, ma più spesso di orgoglio e commozione: nel ricordo di una famiglia che prima rifiuta ma poi accetta la realtà di un figlio erroneamente considerato “diverso”; nella constatazione di una mentalità che cambia – lentamente, ma cambia – anche grazie ai valori autentici della comunicazione. Quella senza “interruzioni” esterne, affidata al dialogo interiore con se stessi e con gli altri, attraverso la lettura e la scrittura: con la favola che si conferma, anche nell’era “progredita” del terzo millennio, come il mezzo più consono per puntare dritto al cuore dei problemi. Puntando dritto al cuore degli uomini.