Home » Speciali » Commenti al libro di una spettatrice

Commenti al libro di una spettatrice

Di seguito il testo inviato da una spettatrice alla presentazione del libro tenutasi all aFNAC di Milano:

Vladimir, sei davvero diversa. Ma tanto. E per fortuna.

Lo spazio allestito per l’incontro con Vladimir non è il solito “Punto d’ascolto” nella Fnac. È uno spazio grande il doppio del solito, con una quantità spropositata di sedie e di file. Le prime tre file sono occupate da signore bionde di mezza età e da un ragazzo bello spaparanzato, dunque mi piazzo in quarta fila rammaricandomi di constatare che chi mi è davanti mi copre mezza visuale. Intanto l’addetta della libreria insiste nei suoi “Ssàà ssà prova, prova” nel microfono, in varie modulazioni di frequenza.

Nella fila dietro alla mia, un ragazzo chiede a due signore di tenergli occupata una sedia perché deve assentarsi un attimo. Le due acconsentono. Non riesco a stabilirne bene l’età, diciamo ultraquarantenni, con un accento meridionale camuffato tipico di chi è trasferito al nord da tempo imprecisato. E comunque, di solito riesco a decifrarne la regione d’origine, stavolta invece niente. Passano pochi minuti, e nel continuo fluire di gente che si posiziona qua e là, qualcuno chiede alle guardiane improvvisate se la suddetta sedia sia libera. “No”. Ma quella sedia è appetibile, e alla richiesta successiva una delle due guardiane dice all’altra, con tono seccato: “Ma facci sedere chi vuole! Sono le sei meno cinque, se voleva tornare era già tornato!” “Massì… E se arrivano altri…” “Se arrivano altri, staranno in piedi!”

Ci resto un po’ di cavolo, confesso. Non saranno passati neanche cinque minuti da quando il ragazzo si è assentato, eppure le due pessime sentinelle che gli sono toccate in sorte hanno pensato bene di liquidare la faccenda con una certa fretta. La signora sale e pepe sui 65 anni accanto a me, di cui avevo notato prima lo sguardo da nonnina triste, nel frattempo si è appisolata, col mento che le sfiora il petto.

Ore 18,05. La sala è piena e la nonnina triste si è svegliata. Due minuti dopo, la sala inizia a rumoreggiare e la nonnina si riappisola. Alle 18,10 c’è gente dovunque: in piedi, accucciata, accosciata, su un ginocchio solo… Sembra di assistere a una mega foto di gruppo di quelle che fanno ai calciatori prima delle partite. E in effetti alcuni di questi eroi mi piacerebbe fotografarli. Ma so che non lo farei mai… Ufficialmente per rispetto, ufficiosamente perché infrattata, stretta e costretta qui non ho una buona visuale per riprenderne nessuno. Ma in realtà, semplicemente mi vergognerei. Però il mio spirito voyeuristico da fotografomane resta dispiaciuto.

Ore 18,14: forse anche per ingannare l’attesa, tutti guardano – anzi, guardiamo – verso le scale mobili che salgono fin qui al terzo piano. Ogni cliente che sale e di cui sporge una chioma castana sufficientemente folta, viene guardato con speranza da tutti. Ore 18,15: sento un bambino o bambina che piange in fondo alla sala ma non lo vedo, poi sento che viene portato fuori. Intanto alla mia destra il plexiglas che divide la sala dalle scale mobili è tappezzato da neoarrivati tutti in piedi. Credo che guardandoli da lontano, sembrerebbero tanti moscerini su un parabrezza. E intanto, ’sti megamoscerini coprono tutta la visuale sulle scale mobili, quindi da adesso nessun cliente con più di cinque capelli in testa potrà essere adocchiato speranzosamente.

Ore 18,17: si ripresenta la ragazza dei “Sssà ssà prova” di prima, e annuncia che con grande piacere la Fnac è lieta di ospitare Vladimir Luxuria. Sssà ssà non fa in tempo a finire di parlare, che ci vediamo spuntare davanti agli occhi, proprio come una fata turchina, la nostra amata Vladi. Deduco che è sbucata da una porticina bianca dietro il salottino allestito per farla accomodare. La suddetta porticina è in fondo di fronte a noi, un pertugio a cui non avrei dato due lire: vedo che c’è scritto “uscita di sicurezza”. Altro che le scale mobili a destra. E insomma, Vladi è lì. Anzi, è qui. Vestita di turchese e bianco. Statuaria, solare, sorridente, bella come e più di quel che si vede dal video. E figurati se non m’arrivavano la tachicardia, la tremarella e le vampate in viso. Scatta un applauso immediato, scattano i flash, e il sorriso di Vladi è di quelli che non si dimenticano. Perché sono stata a tanti incontri con autori, attori, vip vari ed eventuali, ma un sorriso come quello di Vladi non l’avevo ancora visto. Sembra quasi timida, di fronte a quella sincera manifestazione di affetto – e intanto l’applauso continua e non accenna a smettere, ed è anche questo, che mi emoziona. L’applausometro decreta la vittoria di Vladi con l’accoglienza più fragorosa che io ricordi.

Viene accerchiata da fotografi che le chiedono di mettersi in posa col libro, lei se lo piazza accanto al viso a bocca spalancata, pare che se lo voglia mangiare. Cambia varie pose, proponendosi per un calendario improvvisato e inizia a strappare anche le prime risate. Grande Vladi. Vladi è lo spettacolo che cammina.

Si accomoda sulla poltroncina e mentre Raffaele la presenta, lei sgrana gli occhi. Ha evidentemente visto fra il pubblico qualcuno che conosce, e la cui presenza deve farle molto piacere. Provo invidia per questa persona, chiunque essa sia. Perché vorrei essere io al suo posto, presentarmi a un incontro pubblico di Vladimir senza dirle niente, e poi farmi trovare lì e farle la sorpresa e farle sgranare gli occhi davanti agli astanti. Perché anche altre volte, tante tantissime, ho assistito a una scena analoga: l’autore, attore, regista o quel cavolo che è, sta lì a celebrare la sua ennesima fatica, e fra i convenuti trova facce note, volti amici, e sorride e li saluta. Ma come diavolo faccio a spiegarlo, gli autori attori registi che ho visto io non salutavano e non sorridevano come l’ha fatto Vladimir. Saranno pure stati contenti di vedere quelle persone, ma non sembravano proprio contenti contenti, cioè erano soddisfatti e avevano piacere a trovare quelle persone e ok. Ma Vladi ha stampato in faccia la gioia, la contentezza vera, la soddisfazione davvero intima, di vedere tutte queste persone per lei, e di vedere in particolare questa persona. Questa che io sto invidiando adesso. E che, quando Vladi prende la parola, scopro essere Elisabetta Sgarbi, che Vladi ringrazia con un calore umano che sento fin qui, nella mia quarta fila infrattata, stretta e costretta. Ma Vladi non ringrazia solo Elisabetta. Vladi ci dice questa cosa bellissima, che è un’altra delle cose che mai ho sentito dire dai mille ringraziamenti di circostanza che ho sentito fare in tutte le occasioni analoghe precedenti a questa. Vladi ci dice che sente l’affetto che abbiamo per lei, ci dice “Lo sento e lo vedo, mi arriva tutto e ve ne ringrazio”. Con questo, mi ha già stesa. Chapeau, Vladi. Come al solito.

L’esordio della conversazione è sulla transessualità di Hans Christian Andersen: ciò che lui non ha potuto dire apertamente è stato svelato dalle favole non dette di Lux. E quando Raffaele spiega che Vladimir con le sue favole riscritte ha dato voce a ciò che Andersen non ha potuto dire, mi parte spontaneo un ricordo alla mia tesi, perché anche quella è incentrata su un autore che ha dato voce a tutti quei personaggi, emarginati e reietti, che nella Storia non hanno avuto voce perché gliel’hanno praticamente tolta.

Parlando della moderna Sirenetta metropolitana riscritta da Lux, Raffaele si fa prendere molto dal racconto della trama, e io amo ancora di più Lux quando, nello spiegare lei stessa alcuni punti chiave della “fiabula”, si interrompe con: “Ma non diciamo ààltro!”. La amo perché non bisogna rovinare la sorpresa a chi deve ancora leggere quella meravigliosa riscrittura.  E la amo per il tono splendidamente teatrale con cui ha pronunciato quella frase, novella Eleonora Duse vestita di turchese e bianco. Quando Vladi legge alcuni estratti delle sue favole, mi rendo conto ancora una volta di quanto la sua arte meriti di essere ancora più apprezzata. Legge i suoi testi in modo attoriale, teatrale della più bella specie: finalmente qualcuno che sa parlare, sa scrivere, sa leggere, e come! Tanti anni di teatro, corso di dizione e quant’altro, non mi hanno dato la facoltà di pronunciare certe battute con l’intonazione che solo Vladi sa rendere.

Sto cordialmente detestando le tre signore sedute nelle tre file davanti a me che ondeggiano senza motivo le loro teste. Sinistra, destra, un po’ più inclinate, adesso spostate ancora un po’… Peggio delle canne al vento di Pascal. E così ogni tanto il viso di Vladi me lo perdo fra questi immotivati ciondolamenti di teste che se stessero ferme vedrebbero meglio pure loro.

Vladi spiega che essere trans non è un capriccio, un eccesso di stravaganza o una moda trasgressiva: è un’esigenza interna molto forte. E in questo momento, provo una piccola grande soddisfazione nel constatare che le spiegazioni espresse da Vladi sono le stesse con cui anche io mi sono trovata a difendere e spiegare (con la pura arte, misconosciuta a molti, del raziocinio) le condizioni di transessualità o omosessualità, dai vaneggiamenti di qualche interlocutore che mi è capitato di avere e che parlava di “malattia, devianza” e altre assurdità che non voglio neanche ricordare. Lux prosegue ricordando il suo passato a Foggia, quando dice: “Quel che mi tiravano dietro non erano rose, ma parole… e la più leggera era mezzafemmina”. Mi è capitato più volte di sentire Vladimir evocare questa situazione, e ogni volta sulla parola mezzafemmina mi parte il ricordo della mia infanzia e prima adolescenza trascorse non lontano da Foggia, a Vieste, il paese della mia mamma nata a Foggia come Vladi. A Vieste, negli anni Novanta, quando il mio fratellino più piccolo aveva due-tre anni e il mediano ne aveva cinque-sei, entrambi avevano dei bellissimi boccoli dapprima biondi, e che poi si sono scuriti man mano. E puntualmente, nel corso degli anni, le orecchie mie e dei miei fratellini ascoltavano i bambini che erano casuali compagni di giochi fuori da una pizzeria o al mare, ripetere la parola meschiafemmina. Perché non capivano se i miei fratelli fossero un maschietto o una femminuccia. Ricordo che più il fratello era piccolo, più la confusione era frequente. Per me e per noi in famiglia, i miei fratelli erano maschietti senza che i capelli fossero determinanti per alcunché, e quei boccoli avevano nella loro bellezza la ragione sufficiente per restare attaccati alle teste dei miei fratelli il più a lungo possibile. Pure papà portava i capelli lunghi sulle spalle. Noi a quei dubbi mostrati dagli altri non davamo peso. Ma all’esterno, quei bei boccoli portati un po’ più lunghi, già generavano confusione. E quindi “Ma che sei, meschiafemmina?”. Così me la ricordo io, quella parola. E anche la mia mamma, che ci rideva su, noncurante. Anche a lei non era molto chiaro come mai quei capelli potessero creare tanto stupore in quei bambini. Ma i miei fratellini hanno continuato a portare quei bellissimi boccoli a lungo. Con sommo dispiacere di tutti noi (io e i miei genitori), quando erano diventati “davvero troppo lunghi”, sono stati tagliati. E conservati.

Lux ci regala un’altra lettura da una fiaba riscritta, e quando legge magistralmente una battuta di Loana la fagiana, mi accorgo che quella frase che già mi aveva fatto ridere quando l’avevo letta silenziosamente per fatti miei, diventa qualcosa di stratosferico se letta dalla sua legittima autrice, l’unica, vera proprietaria di quei versi. E il fatto che quelle parole ricevano il giusto merito solo tramite la voce di Vladi, viene confermato anche da Raffaele, che le domanda se sarà lei a recitare quelle battute nell’adattamento teatrale che queste fiabe riscritte avranno a breve. Peccato: a teatro Vladi sarà solo la narratrice esterna, e quindi Loana la fagiana non avrà mai la resa spettacolare che solo Lux ha saputo darle.

Vladi è sul punto di commuoversi quando ricorda Enoque, il bambino africano a cui ha dedicato il suo libro. Si tocca gli occhi: “No! Ho detto che non devo commuovermi!”, ma intanto è riuscita a far commuovere me, con le parole toccanti e la sensibilità con cui rievoca il suo viaggio e la sua donazione in favore dell’Unicef.

Arriva il momento che attendo da anni. Un incontro ravvicinato del Vladi tipo, in cui potrò dirle due parole, sperando di fare anche una foto con lei. Mi piazzo in fila alla mia destra dietro altre persone che hanno già formato una coda – sono i moscerini sul plexiglas di prima – ma gli addetti della security ci dicono che la fila partirà da sinistra. E quindi ero fra i primi, mi ritrovo fra gli ultimi. Vabbe’. Inizio a tirare fuori dalla borsa i due libri di Vladi che ho portato per gli autografi di rito, e imposto il cellulare in modalità fotocamera. Intanto Lux, seduta sulla poltroncina che con lei sopra diventa uno scranno, si conferma quella supereroina che è: si intrattiene scambiando due parole con chiunque gliene rivolga, ascolta guardando negli occhi l’interlocutore, sorride, firma, si mette in posa incessantemente – e io che temevo di avanzare una richiesta eccessiva chiedendo una foto! Pochi secondi prima che sia il mio turno, la tachicardia aumenta, ma con quella ormai ci convivo. Tocca a me. Auguri!

Salgo lo scalino, le stringo subito la mano: “Ciao Vlaadi, fatti salutare…”, che a trovarla scritta sembra ’na frase grezza e tutt’altro che chic, ma per come l’ho pronunciata assicuro che era dolce e affettuosa. E infatti lei questo l’ha colto del tutto, accogliendomi nel modo più naturale di questo mondo. Perché era proprio questo che volevo: salutarla abbracciandola e dandole due baci coi quali ho sperato di trasmetterle il mio affetto che si è meritata da tempo. Riesco a dirle che sono la Simo che le aveva scritto qualche settimana addietro preannunciandole che, nell’incontro milanese, già sapevo che non sarei stata in grado di dire molto. “Hai visto che ce l’hai fatta?” mi dice, col tono risoluto della sorella maggiore che dà forza al brutto anatroccolo perché sa che lì dentro c’è un cigno. La sorella che infonde fiducia, una sorella che il brutto anatroccolo non ha avuto. Le chiedo se posso scriverle ancora, perché nella serata che si sta appena concludendo, è nato un qualcosa che ho iniziato a scrivere e che voglio mandarle. “Certo che puoi, lo aspetto!”. Che sensazione piacevole. “Grazie di tutto Vladi, allora a prestissimo a Milano!”

Perché ha detto che tornerà presto a Milano, e io già non vedo l’ora. Quanto bel profumo ha addosso, Lux! Magari se lavorassi ancora in profumeria, saprei anche riconoscerlo…

Appena esco dalla Fnac, istintivamente la prima cosa che mi viene da fare è annusarmi la mano destra, quella che ho stretto a Vladi. Ci sento ancora quel profumo che non ho saputo identificare, ma percepisco pure un retrogusto di sigaretta. Ricordo che dopo l’Isola dei famosi, aveva detto di avere smesso di fumare. Ricordo anche che proprio stamattina al TG dicevano che tanti ex fumatori quest’anno han ripreso il vizio. Saranno mica da collegare, le due cose? ;-)

Lungo il tragitto a piedi fino a casa, continuo ad annusarmi la mano, fin quando arrivo al portone. È di ferro battuto, mi tocca afferrarne una parte per spingerlo, e so già che questo contatto porterà via buona parte di quel profumo dalla mia mano. Ma mi piace pensare che ho una piccola molecola di Vladi che mi aspetta sotto casa.

Vladi, vista la “qualità eccelsa” di ciò che è considerato “la norma” (un reame di cui ormai rifiuto la cittadinanza, causa incompatibilità), tu sei la Regina di chi è o si sente a vario titolo diverso dalla norma. E questo è e deve essere un vanto.

Grazie Vladi, grazie Lux. Sei unica. E visto che sei unica e certi feelings così belli puoi darceli solo tu, spero di condividere la tua unicità per qualche minuto ancora, quando (spero il più presto possibile) avrò la fortuna di riabbracciarti di nuovo.