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Crimini di odio

Essere gay o trans non vuol dire solo sentire la fame, il caldo o il freddo, ma anche provare dei sentimenti: l’odio, il rancore, la tenerezza e, per chi è più fortunato, l’amore. E per chi è ancor più fortunato, un amore duraturo.

Partiamo da alcuni dati che si riferiscono ai primi mesi del 2009: dall’inizio dell’anno, abbiamo già avuto 6 omicidi di persone omosessuali. Delitti di questo tipo negli Stati Uniti vengono definiti “hate crime”, crimini di odio: non sono dovuti a motivi di gelosia e non sono nemmeno legati a storie di mafia, ma si vuole uccidere qualcuno perché fa parte di una categoria che si odia. È come se, uccidendo un gay, chi si macchia del delitto intendesse estirpare l’omosessualità o la transessualità dal mondo. Tornando ai dati, gli omicidi sono stati 6, ma ci sono state anche 23 violenze ed aggressioni, 5 estorsioni e 2 atti di bullismo. Tutti questi numeri dovrebbero essere moltiplicati per 10, perché ancora oggi parecchie persone si vergognano di dichiararsi gay. C’è quindi chi non denuncia affatto la violenza subita, simulando ad esempio incidenti domestici; c’è chi evita di dire in questura che le botte sono state accompagnate da insulti; c’è chi evita di dire che il luogo dove è stato picchiato è un luogo di aggregazione gay. I dati citati rappresentano quindi la punta di un iceberg, perché gli episodi non denunciati sono moltissimi. Devo dire che chi lavora per rendere visibili queste situazioni e per trovare i colpevoli degli atti omofobi e transfobi, non solo fornisce un aiuto importante alle forze dell’ordine, ma contribuisce anche ad una società sempre più pronta ad accettare l’omosessualità. Rispetto alle altre forme di fobia, come ad esempio la claustrofobia o l’agorafobia, c’è una differenza enorme: chi ha paura degli spazi troppo chiusi o troppo aperti, o chi teme determinate categorie di animali, tende generalmente a stare lontano dalle situazioni che lo mettono a disagio. Gli omofobi, invece, che sono dei veri e propri malati dal punto di vista psicologico, queste situazioni vanno a cercarle! Non cercano di evitare le persone gay, ma vanno proprio nei luoghi dove sanno di poterne trovare, magari per picchiare qualcuno.L’ultimo di questi episodi si è verificato alle Cascine di Firenze, dove, poche settimane fa, delle persone, tutte di nazionalità italiana, si sono recate in gruppo ed armate di spranghe per linciare ed insultare delle trans. Detto ciò, sono dell’idea che sia una legge che debba riconoscere l’affettività omosessuale e transessuale.

Una legge antidiscriminazione, capace di fare molto contro l’omofobia. Cerco di spiegarmi. Per quanto riguarda la legge contro le discriminazioni a danno degli omosessuali, sarebbe stato molto semplice allargare una legge già esistente: la legge Mancino del 1993. Questa sancisce l’inasprimento della pena nei confronti di chi commette atti di violenza per motivi legati alla religione, all’etnia o alla nazionalità. Bastava allargarla anche all’orientamento sessuale ed all’identità di genere. Io ci ho provato, quando ero parlamentare. Ho lavorato molto in Commissione Giustizia, assieme a Franco Grillini e Titti de Simone, per allargare questa legge. Purtroppo, all’epoca, c’era stato un fermo ostruzionismo da parte del centro-destra e anche da parte dell’Udeur, che non ci aveva fornito i numeri per l’approvazione. A parte l’eccezione di Giulia Bongiorno, che si era dimostrata disponibile al dialogo su questo tema. Oggi, invece, vedo con piacere che anche il Presidente della Camera Gianfranco Fini riconosce l’esigenza di una legge contro le discriminazioni. Credo che anche una legge sulle unioni civili, che riconosca l’affettività omosessuale e transessuale, vada contro l’omofobia e la transfobia. Oggi, infatti, tutti sanno che essere gay o trans significa sentire alcune cose. Il che non vuol dire solo sentire la fame, il caldo o il freddo, ma anche provare dei sentimenti: l’odio, il rancore, la tenerezza e, per chi è più fortunato, l’amore. E per chi è ancor più fortunato, un amore duraturo, una relazione che possa durare 10, 20, 30 anni. Dirò di più: secondo tutte le indagini che sono state fatte, più passa il tempo, più i gay vanno cambiando. Negli anni ’70, il gay era quello del “facciamo sesso, facciamolo subito”… Un gay avrebbe detto: “io mi esprimo facendo sesso”.

Oggi, invece, la nuova tendenza è quella dei gay che vogliono una relazione affettiva. Negli anni ’70, la rivoluzione dei militanti dei diritti degli omosessuali era la rivoluzione sessuale, oggi l’elemento rivoluzionario è proprio l’idea di una coppia stabile, del matrimonio! Ed è proprio questo a far paura. Perché credo che ci siano ancora forti resistenze a pensare che due persone dello stesso sesso possano riuscire ad avere una relazione affettiva ed un progetto di vita comune: comprarsi una casa, contrarre dei debiti per l’acquisto di cose che servono a tutti e due, e anche preoccuparsi della sorte dell’altro nel malaugurato caso uno dei due venga a mancare prima… Sono questioni molto pratiche che gli omosessuali che vivono insieme da molti anni conoscono bene: non si tratta di capricci o di questioni ideologiche. Quello che non riesco a capire è il motivo per cui queste esigenze debbano essere considerate un attacco alla famiglia tradizionale, quella composta da uomo e donna. Ancora oggi viene usato in maniera speciosa l’argomento che chi vuole un diritto per sé vuole togliere qualcosa a chi questo diritto già ce l’ha. È una storia vecchia, che ha coinvolto anche l’allargamento dei diritti civili per le donne. Quando si parlava di dare il voto alle donne, i maschi, oltre a ritenerle incapaci di votare perché mentalmente inferiori, pensavano volessero togliere qualcosa a loro! Anche quando si trattava di allargare i diritti civili per i neri in America i bianchi pensavano che si volesse togliere qualcosa a loro. Questo è un argomento vecchio! Noi non vogliamo togliere assolutamente nulla a nessuno. Vogliamo solo riconoscere giuridicamente le unioni tra persone dello stesso sesso. Interessante, da questo punto di vista, è stata un’ordinanza del Tribunale di Venezia che, ad aprile di quest’anno, ha chiesto alla Corte Costituzionale di dichiarare l’illegittimità di alcuni articoli del codice civile che ostacolano il matrimonio tra persone dello stesso sesso in violazione alla Costituzione.

Non c’è nessun passo nella Costituzione che vieti il matrimonio civile tra persone dello stesso sesso. Naturalmente, stiamo parlando di matrimonio civile, non religioso: non vogliamo invadere altri campi. Noi no! In Spagna, per legiferare in tal senso, Zapatero ha dovuto cambiare la Costituzione, dove si parlava esplicitamente di marito e moglie. Da noi non sarebbe necessaria alcuna modifica: la Costituzione, infatti, parla solo di coniugi. È per questo che tutte le leggi fatte nelle Regioni di sinistra che hanno allargato i servizi sociali anche alle coppie di fatto ed omosessuali non sono state dichiarate incostituzionali, anche se Berlusconi ci aveva provato. È per questo che i DICO avevano avuto il nulla osta di Napolitano, che è garante della Costituzione. Ed a questo punto, anche una legge che permetta le unioni civili dei gay non sarebbe una legge anticostituzionale. Nella Costituzione, invece, ci sono tanti principi fondamentali che sanciscono l’uguaglianza, come l’articolo 3 che dice che i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali. E noi omosessuali dobbiamo assolutamente rientrare in queste condizioni personali e sociali!

Per quanto riguarda l’adozione da parte di coppie gay, ho conosciuto molti bambini e bambine che sono stati educati da genitori omosessuali. Si tratta spesso di genitori che hanno avuto un figlio da una precedente esperienza eterosessuale e poi hanno intrapreso una nuova storia. Oppure di lesbiche che in qualche modo sono riuscite ad avere un bambino, magari attraverso la donazione di un seme da parte di un amico o andando a fare la fecondazione medicalmente assistita in clinica all’estero, soprattutto in Svizzera o in Spagna. Gli psicologi hanno già dimostrato che non è assolutamente vero che un bambino, se viene educato da due genitori omosessuali, diventa gay. Così come non è vero il contrario, cioè che figli educati da genitori eterosessuali diventano per forza eterosessuali. Nella mente dei genitori omosessuali non c’è la volontà di deviare la personalità del bambino che stanno educando, ma quella di cercare di renderlo una persona felice, indipendentemente dall’orientamento sessuale. Anche sulla questione della figura maschile e femminile, che servirebbero al bambino come punti di riferimento, il tema è molto dibattuto. Io penso che un bambino, più che cercare la figura femminile e la figura maschile in casa, visto che comunque ha gli zii, le zie, i nonni ed i maestri ed inoltre sa benissimo capire qual è la differenza tra un uomo e una donna, abbia l’esigenza fondamentale di rivolgersi a persone che gli diano, molto semplicemente, affetto. Sulle questioni del ruolo maschile e femminile, credo poi che ci sia stato un cambiamento culturale anche all’interno delle famiglie eterosessuali.

Un padre che porta il bambino con il passeggino era una cosa impensabile fino a pochi anni fa! Quindi non bisogna utilizzare categorie di pensiero molto rigide, che tendono a limitare o ingabbiare la capacità educativa e di cura al sesso del genitore o alla capacità di prendersi cura l’uno dell’altro. Sono stata in Sudafrica, dove i gay possono sposarsi e adottare dei figli e ho conosciuto una coppia che aveva adottato un bambino sieropositivo orfano di genitori morti entrambi di Aids: il bimbo viveva in mezzo alla strada, vestito di stracci. Sarebbe morto dopo una settimana, se queste due persone non lo avessero adottato. Allora mi chiedo: meglio iniziare a farsi elucubrazioni mentali sulla figura maschile e quella femminile e lasciarlo morire in mezzo alla strada o meglio dargli la possibilità di essere adottato? Io credo che la capacità di educare o di voler bene ad un bambino non sia legata ad una patente di eterosessualità, ma alla voglia di proteggere qualcuno che ha bisogno di te. Poi, ovviamente, per le adozioni, sia per le coppie omosessuali, sia per quelle eterosessuali, ci vorrà una Commissione che valuti le capacità delle persone di allevare il bambino. Ma indipendentemente dall’orientamento sessuale. Secondo me, tutte le leggi dovrebbero essere accompagnate da un lavoro di tipo culturale, così come si fece subito dopo la legge sul divorzio. All’epoca, era stata fatta una campagna terroristica: “attenzione, bambini, se si fa la legge sul divorzio i vostri padri fuggiranno con le cameriere, oppure le vostre madri vi abbandoneranno”… I bambini figli di divorziati, poi, erano fortemente discriminati. A scuola, nelle parrocchie, erano discriminati addirittura dai compagni di gioco nei cortili, solo perché erano figli di divorziati. Oggi, chi discriminerebbe un bambino solo perché figlio di un divorziato? Per fortuna, i costumi cambiano e la gente si adegua, si abitua, fa confidenza con la nuova realtà. Credo accadrebbe la stessa cosa per i figli delle coppie gay. Anche perché, quando conosci questi bambini, capisci che sono bambini come tutti gli altri. E far ricadere su un bambino un giudizio per la situazione dei genitori è la cosa più crudele.

Vladimir Luxuria