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Luxuria ci racconta il gay pride

E’ lunga la storia di Vladimir Luxuria, con il gay pride. Suo e del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, il primo vero gay pride italiano del 1994. Quest’anno, la sua partecipazione l’ha vista esibirsi in una versione dance di “Over the rainbow” (colonna sonora del film “Il Mago di Oz” con Judy Garland, non a caso storica icona per la comunità gay), come inno del gay pride romano.

Vladimir, che ne pensi delle polemiche che si sono scatenate sulla mancata concessione di Piazza San Giovanni per il gay pride romano, e sulla negazione del patrocinio da parte del comune di Roma?

Se si mette a confronto Genova, sede del Pride nazionale, con Roma, bisogna dire che il colore politico delle amministrazioni locali è stato determinante per una più tranquilla riuscita del gay pride. L’incontro tra i promotori del Pride di Genova, il Prefetto e il Questore è stato più tranquillo e ha permesso che si decidesse insieme il percorso, mentre a Roma mi sembra che si cerchino tutti i pretesti per negare spazi alla parata. Lo scorso anno gli organizzatori hanno accettato di andare a Piazza Navona, ma la location si è rivelata assolutamente non idonea ad accogliere tutte le persone che hanno preso parte alla manifestazione.

Secondo te il Pride deve essere un manifestazione unica in una sola città o trovi giusto che ci siano più momenti , come succede in Italia?

Sono fautrice di un gay pride in tutti i luoghi in cui può avere un valore simbolico forte. Lo scorso anno ho partecipato, oltre che a quello romano, che è importante da un punto di vista politico, anche a quello nazionale di Bologna. Ma sono andata anche a quello di Biella, perché era il primo che si faceva in una provincia e non in una grande città. Per il futuro, però mi auguro che si possa organizzare sempre un gay pride unico, come avviene negli altri paesi, perché questa frammentazione potrebbe dare come risultato un minore impatto in termini di partecipanti e l’impressione di una manifestazione più piccola e quindi meno importante.

Molti sostengono che se si facesse un gay pride in “giacca e cravatta” si otterrebbe più rispetto e visibilità. Tu che ne pensi?

Durante gli anni di Stonewall si fece un Pride meno “stravagante” ma questo non ha migliorato la situazione: chi è contrario a leggi contro le discriminazioni, alle unioni civili, al matrimonio tra omosessuali sarà contrario anche se li chiediamo vestiti a lutto. Il punto è che questo argomento viene usato come pretesto per distogliere l’attenzione sulle serissime richieste politiche che una manifestazione pur gioiosa, colorata e pacifica, fa ogni anno al mondo politico e alle istituzioni.

Stefano Mastropaolo – Fonte: progressonline.it