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L’Inno d’Italia

L’inno di Mameli è l’esaltazione della maschia virilità guerriera, un testo completamente declinato al maschile, solo fratelli, solo “ogni uom di Ferruccio”. Un inno a sacrificare la vita in nome di un ideale, un essere pronti alla morte oggi troppo spesso concretizzato nella realtà in tante zone calde del mondo.

Mameli compose il testo di quello che era allora “Il canto degli Italiani” nell’autunno del 1847e la musica da marcetta venne composta il 10 dicembre dello stesso anno da Michele Novaro.

Non è sicuramente originale criticare l’inno, lo hanno fatto in tanti prima di me: Giuseppe Mazzini lo avrebbe volentieri sostituito con Verdi che però fallì nell’impresa, lo scrittore e giornalista Antonio Spinosa (scomparso a gennaio di questo anno) lo definiva retorico; la recente critica di Bossi (che smentisce se se tesso a giorni alterni) non convince però per le motivazioni, tutte contro l’unità d’Italia, tutte contro “Roma ladrona” e l’accusa che il testo sarebbe romano-centrico, e che il Nord sarebbe schiavo di Roma. Prima di mettere all’indice (o con il medio alzato) la “romanità” del testo, Bossi, se avesse studiato un po’ di più,  avrebbe scoperto che a essere schiava di Roma è una tosata Vittoria sui cartaginesi, gli antenati di quegli arabi definiti extra-comunitari-clandestini-fuorilegge- stupratori- spacciatori da tanti rappresentanti di questo governo. E’ vero che ci sono riferimenti all’antica Roma: l’elmo di Scipio, la coorte… ma si parla anche dei comuni lombardi che nel 1176 sconfissero l’imperatore tedesco (dall’Alpe alla Sicilia ovunque è Legnano), di Ferruccio e la difesa di Firenze, del bambino Balilla che a Genova si ribellò agli austriaci, i Vespri Siciliani, insomma non è sulla rappresentatività territoriale che il testo è dissacrabile.

A me piacerebbe un inno nuovo (ho detto una bestemmia?) che includa anche le donne, quello che in un bellissimo intervento a Terlizzi per le scorse Regionali in Puglia Nichi Vendola definì “Matria”, che inneggi alla pace come da Carta Costituzionale, che celebri il valore della convivenza con le diversità di qualunque tipo, del rispetto reciproco, dell’essere “pronti all’amore” e non alla morte.

Le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia (se si faranno come conviene) devono essere una grande occasione di riflessione e memoria. Ad esempio servirà ricordare che per avere l’Unità completa si sono dovuti aspettare 9 anni, fino alla breccia di Porta Pia: il 20 settembre 1870 si sarebbe sancita teoricamente la fine del potere temporale dei Papi, nel 1871 Pio IX respinse la “legge delle guarantige” scomunicando i responsabili dell’Unità, e che ancora oggi non si perde occasione di sconfinare su ogni tema etico, ultimo dei quali l’accusa alla magistratura sull’ora di religione, dimenticando che dai Patti Lateranensi in poi la religione cattolica non è più religione di Stato e che l’insegnamento della religione non è più “coronamento dell’istruzione”.

Ecco, un nuovo inno dovrebbe celebrare il principio costituzionale fondamentale della laicità, troppo spesso calpestato e deriso nel nostro Paese.

Un testo comprensibile (oggi l’inno, per chi sa le parole, lo canta come un brano inglese di cui ignora il significato), una musica più attuale, che rappresenti l’Italia unita nei valori della pace, del rispetto, inclusiva per genere, orientamento sessuale, identità di genere, provenienze geografiche e fedi professate o meno.

Vladimir Luxuria