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Non seppellite Brenda da maschio. Siate civili, rispettate la sua volontà

Quando è nata la civiltà? La risposta a questa difficile domanda gli storiografi la fanno coincidere con i primi riti funebri fatti nei villaggi preistorici, ovvero quando, seppur in modo rudimentale, gli esseri umani hanno cominciato a sentire il bisogno di salutare le persone defunte con rispetto e devozione.
Posso chiedere altrettanta civiltà per i funerali di Brenda? Si può pretendere che nel rito delle esequie venga rispettata la volontà della persona defunta?

E’ giunta da pochi giorni in Italia la mamma di Brenda, la signora Azeneta Mendes Paes, braccata da cronisti e fotografi ha semplicemente richiesto verità e giustizia su questa morte, ma ha anche aggiunto che non vuole assolutamente che si usi il nome al femminile, Brenda, per quella che lei considera suo figlio, di fatto negando l’identità trans gender assunta da molti anni.
La sua famiglia è moto religiosa, di fede Battista ed è purtroppo difficile conciliare in molte religioni il rispetto dell’identità trans gender con il proprio credo.

Sono già avvenuti tanti casi in Italia di genitori e parenti che non avevano mai accettato l’identità trans della defunta e che al momento del rito hanno stravolto l’essenza della persona: nel momento in cui la salma doveva essere “sistemata” nella bara le hanno tagliato i capelli, la hanno abbigliata con abiti maschili, addirittura ci sono stati casi di asportazione di protesi al silicone per conferire alla pepersona scomparsa l’aspetto più simile al sesso anagrafico.
Su tante lapidi di persone defunte adulte si sono messe foto da bambino, per evitare di usare l’immagine con cui la persona aveva deciso di esistere, ignorando, anche nel nome per carenze legislative in tal senso, il nome da donna con cui tutti la conoscevano.

Chiedo quindi rispetto per Brenda anche da morta. A maggio di quest’anno alla rassegna cinematografica trans “Divergenti“, curata dal Movimento di identità trans gender di Bologna è stata proiettata la docu-fiction “Los zapatos de aristeu”, della regista brasiliana Renè Guerra.
E’ la storia di Diana, una trans morta alla quale, a dispetto dei genitori, le amiche trans fanno calzare un paio di tacchi.
Brenda è stata già punita dalla vita, mortificata dai mass media e a mio avviso uccisa nella sua stamberga. Evitiamo di ammazzarla un’altra volta.