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Esseri Umani spaccati in due tra corpo e anima

persone-natUn’articolo di Giuseppe Giorgio – fonte: il Roma di Napoli

NAPOLl. Quasi confermando il topos letterario della discesa agli inferi che nei millenni ha visto, a turno, Orfeo, Ulisse, Enea e Dante, varcare la soglia ultraterrena, anche i protagonisti della commedia “Persone Naturali e strafottenti” di Giuseppe Patron Griffi, vista al teatro Bellini, sembrano oltrepassare la soglia della vita per calarsi lungo quella stessa buia e terribile voragine, già descritta dall’Alighieri, che si spalanca nel sottosuolo della città e che lungo un immenso imbuto, per nove giganteschi scalini, fa discendere fino al centro della terra, proprio dove era caduto Lucifero.

Ed è proprio sostituendo l’infernale scalinata dantesca con una scala di ferro a soffietto, dischiusa verso i misteriosi antri sotterranei di una Napoli violenta e sudicia, che il regista Luciano Melchionna, attuale custode del dramma scritto dal grande “Peppino” nel 1972, lascia simbolicamente calare i quattro personaggi della storia, lungo uno spazio escluso dal mondo, avviandoli alla violenta e dolorosa ricerca di quello spiraglio di luce capace di condurre diritto alla civiltà ed al chiarore di una società priva di piaghe ed emarginazioni. Ponendo le anime di Byron, Feed, Violante e Mariacallàs, quattro vittime alla. deriva, fagocitate dal mostro dell’incomprensione umana, dinanzi ad un comune destino, Patrini Griffi, ieri in lotta con le brutture di una Napoli allo sbando, oggi in competizione con il tempo che passa e con quella stessa sofferenza che per i partenopei si trasforma in un fatto genetico da portare sulle spalle come una fastidiosa gobba voluta dalla sorte, sembra spalancare astratti varchi verso il riscatto e la redenzione.

Con Vladimir Luxuria violentemente e passionalmente calata nel ruolo del travestito “mariacallàs” alla perenne ed ambigua ricerca di un uomo che lo faccia sentire veramente donna e che lo conduca verso una vita fatta soprattutto d’amore e sentimenti, con il ben misurato Daniele Russo nei panni di Fred, gli stessi che nella prima edizione del lavoro furono di Gabriele Lavia, e che oggi lo portano ad offrire agevolmente al pubblico i tratti di un inquieto studente omosessuale deciso a festeggiare un emblematico capodanno di sesso insieme a Byron, un ragazzo i colore, interpretato da Timothy Martin, che usa la violenza per redimere i torti subili da una vita ingiusta ed effimera ed ancora, con Violante, l’affittuaria di un “basso” venduto ad ore impersonata con lieve e trascinante umanità da Maria Luisa Santella, la commedia presentata dal teatro Bellini e dal teatro Franco Parenti di Milano con la direzione artistica di Andrée Ruth Shammah, bene esalta tutto quel lirismo acido e graffiante firmato Patroni Griffi.

Nel raccontare la veglia terrena dei quattro artefici della storia, protagonisti di un passato intriso di disperazione, grida soffocate, sofferenze ancora vive, che adombrano il presente e il futuro, che animano le coscienze, che distruggono i ricordi, il lavoro, pur scontrandosi con una generazione ben più smaliziata di quella degli anni Settanta e teatralmente figlia di Ruccello e Moscato, mostra intatte, anche se spesso coperte da un cupo e tetro velo scenico ed emozionale, le inconfessabili ed eterne brutture di una Napoli immobile dinnanzi alle sue rovine, evidenziando le lancinanti volontà di chi urla, senza essere ascoltato, la crudeltà di una diversità che si trasforma in dramma.

Con i suoi quattro personaggi malati, perduti, che scelgono di affrontare con coraggio una natura che non è amica, di vivere a discapito di tutto e di tutti e anche di se stessi, “Persone naturali e strafottenti” porta in palcoscenico e dinnanzi agli occhi degli spettatori, il sanguinoso calvario di essere umani spaccati a metà tra corpo e anima. Tra il sangue vivo e violente penetrazioni carnali che si trasformano in atti di ribellione verso qualcosa di impalpabile e superiore e tra linguaggi perennemente in bilico tra il vituperio, la volgarità ed il desiderio di riscatto, il lavoro del grande drammaturgo e regista partenopeo, ancora oggi, oltre trent’anni dopo la sua prima uscita, sempra confermarsi come il più puro dei drammi di una società malata e contorta.

Ed è così che tra amori impossibili e perversi ed una radio da cui provengono le note di “Luna rossa”, ad emergere decisa, ieri come oggi, è l’eterna tragedia di fragili ed al tempo stesso feroci e brutali esistenze, portate ai margini da una società malata di cecità.