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Il realismo brutale di Giuseppe Patroni Griffi

Una recensione di Alessia Coppola per teatro.org

foto di Tommaso Pera

foto di Tommaso Le Pera

Il realismo brutale di Giuseppe Patroni Griffi va in scena in Persone naturali e strafottenti, uno spettacolo che affonda con una sorta di bisturi la morale e che descrive con toni forti e diretti la realtà. Sembra un paradosso che uno degli autori più sensibili e raffinati del Novecento abbia scritto un testo così violento, eppure Patroni Griffi ha anticipato la contemporaneità nel rappresentare il grottesco di quella realtà “scomoda” che nessuno vorrebbe vedere e di cui si dimentica troppo spesso l’esistenza.

Sulla scena ritroviamo quattro individui messi ai margini della società, considerati nella loro identità di diversi. Personaggi rozzi per la sofferenza che portano dentro, diversi tra loro ma col comune destino di diseredati, in cerca di ascolto e di considerazione in quell’esistenza fatta solo di alienazione ed indifferenza. Individui che si vestono di “stupidità” per poter sopravvivere, consapevoli dell’eccessivo sforzo d’intelligenza che ne deriva e del continuo confronto con la propria coscienza.

Persone naturali e strafottenti dà voce ai bassifondi con un linguaggio che rispecchia tutto il malessere e la miseria. E’ una finestra su Napoli e le sue piaghe, scrutate con la lente di ingrandimento. E’ una metafora espressa attraverso la disperata “provocazione” di Mariacallàs, lo sguardo curioso e felice di Fred, l’animo in guerriglia di Byron e il desiderio di cambiamenti di Violante.

Il connubio artistico tra Andrée Ruth Shammah e il regista Luciano Melchionna ha fatto sì che i personaggi venissero fuori in tutta la loro “unicità”. Se siano stati gli attori ad andare incontro al personaggio o i personaggi a scegliere la persona non ha importanza; l’interpretazione che ne deriva lascia il pubblico ammirato e sconvolto allo stesso tempo. Lo spettatore resta sospeso tra teatro e realtà, testimone di questo dramma che si sta consumando ai suoi occhi e su cui, nel finale, viene colato cemento, come a seppellire le piaghe, la marginalità e i vizi che covano nella società.

Ritroviamo Vladimir Luxuria a concedere un’interpretazione straordinaria di Mariacallàs in un mix di ironia e cattiveria. Emergono tutta la sua carica e la singolare capacità di esporre la verità sotto il travestimento, conservando la teatralità del suo essere artista. Daniele Russo è impareggiabile nei panni di Fred, un personaggio dalla realizzazione complessa per la sua natura di “giovane bene” che cela desideri e inclinazioni lontane dal suo essere. Fred emerge in tutta la sua fragilità, la purezza del suo vivere senza problemi, non ha grandi pretese dalla vita e questo lo fa sentire felice. Il lavoro che Daniele Russo ha fatto per impersonare Fred è chiara testimonianza della professionalità che distingue l’attore. Ha saputo gestire la scena con una naturalezza ed una maestria senza pari, è stato interprete delle scene più forti dell’intero spettacolo con l’intento palese di concedere al pubblico il senso pieno del personaggio così come descritto da Patroni Griffi.

Concitata e tenace l’interpretazione che Timothy Martin dà di Byron, il ragazzo nero che tramuta involontariamente la sua rabbia in violenza. Sotto tono, invece, Maria Luisa Santella nei panni di una stanca Violante. La sua interpretazione non concede la giusta luce al personaggio, sono rare le battute in cui si esprime la vera sofferenza che attanaglia l’esistenza di Violante. Il personaggio ne esce penalizzato, rischiando di sminuire l’intera opera.

La scenografia, di forte impatto visivo, riveste un ruolo relativamente marginale nell’intento del Maestro perché non è realistica nella realtà rappresentata. Grande spazio, invece, è concesso alla musica, un linguaggio di cui Patroni Griffi si serve consapevolmente per parlare. Si serve anche della luce parlandone, col ruolo di proteggere con le sue ombre i destini dei personaggi e di mostrarli all’occorrenza in tutta la loro essenza.

Visto il 19/03/2010 a Napoli (NA) Teatro: Bellini