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“Persone naturali e strafottenti” per una storia intensa e disperata

Una recensione di Giulio Baffi per La Repubblica di venerdì 26 marzo 2010

foto di Massimiliano Pappa

foto di Massimiliano Pappa

Violante, Mariacallàs, Fred, Byron: quattro “Persone naturali e strafottenti”, protagonisti di una delle più belle e struggenti commedie di Giuseppe Patroni Griffi, che nell’ormai lontano 1974 dette ai palcoscenici italiani sussulti scandalizzati e conquistò il pubblico per l’intensità disperata di una storia non detta per intero, per parole e sentimenti in profetica accelerazione di conflitti, per solitudini e speranze diseredate. Torna in scena oggi “Persone naturali e strafottenti” a dare conto della qualità di una drammaturgia, quella di Patroni Griffi, forte e profonda, tutta da esplorare ancora e comprendere. Che il teatro Bellini, con il Franco Parenti di Milano, ha voluto e ritrovare incontrando il gusto aspro di quella scrittura.

Di una storia di sesso vissuta a Napoli nella notte di Capodanno, tempo fatale degli incontri e delle rivelazioni, metafora di una città costruita in contrasti e disperazioni, tempo che sembra fermarsi al desiderio di una miseria speranzosa di elemosine, mano tesa che non riceve compenso. È lontano il ricordo dei tre grandi attori che la proposero per la prima volta, Pupella Maggio, Mariano Rigillo e il giovane Gabriele Lavia, e di altri che ne furono interpreti, Angela Pagano, Lino Capolicchio e Lorenzo Lavia. Gli interpreti di oggi non hanno memoria dell’ieri ed entrano convinti per nuove intuizioni e belle architetture costruite per loro da Andrée Ruth Shammah che ne ha diretto il percorso e da Luigi Melchionna che ne firma la regia. Una strepitosa Maria Luisa Santella nel personaggio della vecchia affittacamere Violante, che quest’attrice preziosa del nostro teatro ha inventato superando d’un balzo ogni possibile schema, impadronendosi della scrittura di Patroni Griffi tra maledizioni e smarrimenti profondi, disperata miseria e surreale poesia.

Vladimir Luxuria è una Mariacallàs ironica e cupa, e gioca con questo suo bel personaggio, travestito e mezzana, disperato reietto in abito da sera, lusso sprecato in cerca di amore, altalena di luride pulsioni e sublimi passioni. Timothy Martin dà al suo Byron, intellettuale e “negro” grinta e furore ribelle. Ma è a Daniele Russo che va il merito di un’inquietante centralità, con il suo Fred smarrito e insicuro, miope e dolorante, sognatore e complice di un desiderio omosessuale sicuro e non nascosto. Insieme vivono la loro notte eroica, come un’apocalisse eccitata, aspettando una guerra da vincere e una felicità che tarda a venire. Di Alessandro Marrazzo la scena è fogna e rifugio da cui potrà uscire soltanto chi è armato di speranza. Divertiti costumi di Michela Marino, musiche di Riccardo Regoli. Repliche fino a domenica.