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Vladimir Luxuria e Daniele Russo, protagonisti di Persone naturali e strafottenti

Un’intervista di teatro.org

foto di Massimiliano Pappa

foto di Massimiliano Pappa

A una settimana dalla messinscena al Teatro bellini di Napoli dello spettacolo “Persone naturali e strafottenti” di Giuseppe Patroni Griffi per la regia di Luciano Melchionna, ho avuto modo di intervistare i protagonisti, Vladimir Luxuria e Daniele Russo, che con estrema disponibilità mi hanno concesso parte del loro tempo.

Ho iniziato con Vladimir Luxuria.

Di autentica c’è la rabbia di una persona che sa che è costretta a diventare “stupida” per essere meno sensibile ed essere meno permeabile alle brutture del mondo e alla violenza del mondo esterno.

Nel 1974 l’omosessualità “normale” di un ragazzo “qualunque” come Fred infastidiva lo spettatore. L’omosessualità, la transessualità sono finalmente considerate oggi un fatto normale?

Per me sì. C’è una frase di Aldo Busi che dice “Che baracconata la normalità”. La normalità è un’invenzione degli uomini molto relativa, dipende molto dal contesto geografico in cui ti trovi, normale perchè viene da una norma, ma chi le decide le norme? Per me esiste la norma di rispettare innanzitutto se stessi, quello che si è, e quindi chi non ci considera “normale” credo siano delle persone che in maniera molto egoistica considerano l’orientamento sessuale una qualità e non invece una caratteristica neutra di una persona.

Esisteva l’identità transgender ai tempi di Patroni Griffi? O qual era la situazione?

Il termine transgender è stato coniato negli anni ’90 negli Stati Uniti d’America. Credo che negli anni ’70 non si usava neanche così tanto la parola trans. Non c’era la consapevolezza transessuale, non c’era tanto un aspetto legato alla politica. Poi il personaggio di Mariacallàs in particolare non è neanche una transessuale, è una persona che si definisce travestito ma non in senso dispregiativo bensì in senso metateatrale, ha a che fare un po’ col teatro, col gioco di identità, con chi siamo, chi non siamo e quindi sicuramente il gioco molto sottile e anche molto profondo che fa Patroni Griffi sul fatto che il travestimento non è un nascondere ma un rivelare un’identità. Per cui Fred, che è l’omosessuale che proviene dal mondo borghese e vorrebbe liberarsi, in realtà è molto più travestito di Mariacallàs perché lui è una persona che magari conduce tutta una vita retta nel suo paesello e quando viene a Napoli, come dice Patroni Griffi, “viene a fare il pieno lontano dalla famiglia” incapace di controllo.

Tra qualche giorno la Corte Costituzionale si pronuncerà sui matrimoni tra persone dello stesso sesso: impedirli, secondo alcuni tribunali, potrebbe significare comprimere la sfera dei diritti individuali. Ritiene che in Italia oggi siano maturi i tempi per una piena cultura dell’inclusione?

Quello su cui si dovrà pronunciare la Corte d’Appello sarà se vietare il matrimonio tra omosessuali cozza con la Costituzione, ossia se gli articoli del Codice Civile sono in contrasto con la Costituzione. Perché l’art.29 parla di Famiglia come “società naturale fondata sul matrimonio” parlando di coniugi senza specificare il sesso; il Codice Civile invece parla dei generi diversi. Sarà interessante vederlo perché i padri costituenti non immaginavano ovviamente e neanche ipotizzavano che ci potesse essere un matrimonio tra due persone dello stesso sesso, considerando che erano gli anni del dopoguerra. In realtà, questo ha lasciato libero il motore della storia, non lo hanno frenato e quindi, secondo me, il matrimonio tra persone dello stesso sesso è assolutamente Costituzionale. A differenza della Spagna che ha dovuto modificare la Costituzione, da noi non ce ne sarebbe bisogno.

L’intervista è proseguita con Daniele Russo.

Nel 1974 questo spettacolo scandalizzò più di un pubblico in Italia, anche nelle grandi città; la settimana scorsa nelle prime “fuori città” avete avuto qualche rimostranza del pubblico: cosa ha disturbato davvero gli spettatori?

Credo sia il concetto di specchio, l’essere messi davanti ad uno specchio e vedere quella che è una realtà oggi. All’epoca era solo una provocazione, oggi quella realtà li ha infastiditi. Nello specifico saranno state due scene in particolare ad averli turbati, ma credo che nel contesto sia stata l’operazione intera perché non si vuole mai affrontare o quanto meno vedere la realtà così com’é. A noi fa piacere comunque che ci sia una risposta da parte del pubblico, per questo abbiamo messo in scena lo spettacolo.

E’ rimasta dunque una parte di quella forza disturbante a distanza di tempo?

Sicuramente più di una parte perché all’epoca, ripeto, era una provocazione forte e ce n’era bisogno perché era un mondo di cui si parlava poco ma che esisteva. Oggi invece è un mondo di cui si parla molto e che è ormai presente, quotidianamente lo si vede però si continua a far finta che non esiste. Penso sia arrivato il momento di aprire gli occhi e vedere in che mondo viviamo, facendo i conti con la realtà.

Il personaggio di Fred svela le apparenze rispettabili della borghesia “perbene”. Quali aspetti ha voluto evidenziare in questo personaggio?

Fred rappresenta tutto il male dei giovani d’oggi, per non banalizzare diciamo che rappresenta il malessere di quei giovani che oggi pensano di non valere nulla, di non essere nulla e in questo caso, come Fred, alle volte si buttano via, a maggior ragione forse se appartengono ad una certa borghesia “pigra” da un certo punto di vista.
Fred sicuramente pigro non è perché comunque ha un cervello attivo che alla fine lo porterà a capire che tutto questo volersi buttare via, volersi ferire per essere qualcuno, probabilmente nn gli serve perché quel qualcuno già lo è. Comunque è un viaggio che lo porterà a capire che dello spessore, della carne, del sangue ce l’ha anche lui.

Quali sono secondo lei i drammaturghi italiani che hanno raccolto l’eredità di Patroni Griffi?

Beh, forse in parte Ruccello anche se poi purtroppo non è andato avanti. Benché lo facesse in maniera completamente diversa, probabilmente il messaggio di Patroni Griffi lo ha recepito. Patroni Griffi innanzitutto era lui un borghese e poi era un intellettuale e lo senti quando leggi, era un letterato come egli stesso amava definirsi piuttosto che un uomo di teatro e questo secondo me si sente molto, per fortuna, nei suoi testi perché sono di grande impatto teatrale e allo stesso tempo piuttosto unici in Italia. Il messaggio di Patroni Griffi oggi rimane provocatorio ma è attuale, ha scritto nel ’74 quello che 36 anni dopo è stato quotidiano, è stato precursore dei tempi.