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Candelora, da Cibele a Luxuria, un viaggio di millenni dentro se stessi

Un articolo di Margherita Ranaldo,
foto di Maddalena Tartaro
Fonte:  levanteonline.net

Oggi è il giorno della Candelora, il giorno in cui da secoli, da tutta la Campania e non solo, i fedeli arrivano a Montevergine per rendere onore alla Madonna. Madonna nera quella di Montevergine, in Irpinia, cui è consacrato il Santuario più importante della nostra regione e probabilmente del Mezzogiorno. Arriviamo, anche noi giovani giornalisti che molto poco sappiamo di ritualità e tradizioni, di oggi come del passato più remoto. E arriviamo ognuno, forse, con la sua confusa idea in testa di cosa avrebbe trovato lì a milleduecentosettanta metri di altezza.

Si prende la funicolare, fra le più ripide e veloci d’Europa, per qualcuno, in preda alle vertigini, salirci è già un atto di devozione, probabilmente, più della salita a piedi, lungo scoscesi sentieri che nonostante la neve, anche oggi, hanno visto pellegrini arrampicarsi faticosamente alla propria fede, per arrivare a rivolgere la loro preghiera alla Mamma di Montevergine.

E perché avere idee confuse riguardo a un pellegrinaggio? Cosa c’è da immaginare se non commossa devozione e sentite preghiere? La Candelora non è una festività cattolica come le altre, è il giorno in cui la ritualità vede partecipi e anzi protagonisti, e’ femminielli, che da Napoli, ogni anno da tempo immemorabile, salgono dalla Mamma Schiavona e Le rivolgono le loro più intime, e colorate insieme, preghiere. Ecco perché, oggi, siamo venuti a vedere con i nostri occhi cosa significhi la rituale Juta dei femminielli e perché da qualche anno a questa parte la cosa abbia assunto rilevanza nazionale.

«Dal 2002 tutti gli anni io vengo a Montevergine. Ormai è un appuntamento annuale, incontro le mie amiche, con le quali entriamo dentro, assolutamente in maniera rispettosa della chiesa, guardiamo dritto negli occhi della Madonna, la Madonna guarda dentro di noi, dentro il nostro cuore, non si interessa dell’involucro che lo contiene e sono sicura che le nostre preghiere vengano ascoltate» ecco le parole con le quali Vladimir Luxuria spiega a una giornalista di Repubblica, la sua presenza anche quest’anno al pellegrinaggio della Candelora. Non è venuta a parlare di politica Luxuria – che non risponde alla domanda sulla impasse del candidato campano alle regionali – questo è solo il suo omaggio alla Madonna che, come la leggenda medioevale narra, commossa dall’amore di due omosessuali, condannati dalla comunità a morire di freddo o sbranati dai lupi, ridotti in catene sulla sommità del Monte Partenio, a Lei sacro, li salvò, concedendo loro di sopravvivere e testimoniare la forza del Bene.

Ecco, allora, che quella da molti paventata come presenza chiassosa e mediatica, tanto da invocarne mezzo stampa la sobrietà, è stata solo discreta testimonianza di fede, della spiritualità cui ognuno ha diritto. Luxuria ha infatti ribadito che quest’anno più che mai è doveroso rivendicare diritti che sono fondamentali per ogni essere umano: «il diritto alla fede, il diritto ai sacramenti, il diritto di essere considerate e accolte dalle istituzioni religiose, per chi ci crede, e dalle istituzioni laiche da un punto di vista legislativo».

Dunque un pellegrinaggio, niente di più. Un pellegrinaggio che mai aveva fatto notizia fino al 2002 quando l’abate di Montevergine, monsignor Tarcisio Nazzaro, tuonò dall’altare contro i femminielli, venuti come ogni anno ad onorare la Mamma Schiavona, dicendo che le loro chiassose preghiere non erano gradite alla Madonna e che essi erano come i mercanti del Tempio prima che Gesù li scacciasse, scacciandoli a sua volta tutti dalla chiesa.

Da allora, la Juta è diventata un’ulteriore simbolo dell’orgoglio gay e della necessità di affermare diritti come la libertà, il lavoro, la legalità che quest’anno erano al centro del dibattito – organizzato dall’associazione per i diritti gay napoletana I-ken – con il quale la lunga giornata si è chiusa. Libertà, lavoro, legalità, diritti che ormai vacillano un po’ per tutti in Italia, diritti fondamentali e neutri, dai quali però direttamente derivano quelli che nel nostro Paese non sono ritenuti altrettanto fondamentali: il diritto al riconoscimento giuridico della propria condizione sociale e sessuale, il diritto a vivere liberi dall’omofobia, il diritto di poter assistere i propri compagni nel momento della sofferenza, il diritto a non essere discriminati.

Ed è sempre più importante rivendicarli, perché come ha risposto Carlo Cremona – presidente di I-Ken, e tra i promotori della Juta – a una domanda sulla tradizionale tolleranza rispetto al “diverso” di cui Napoli – che in giugno ospiterà il gay pride nazionale – in qualche modo va da sempre orgogliosa, «è bene smentire questa convinzione, la Campania è stata al centro quest’anno di aggressioni ai Rom, a Ponticelli piuttosto che a Scampia anni addietro, aggressioni ad omosessuali: Marialuisa Mazzarella, i due turisti inseguiti e mandati all’ospedale, io e il mio compagno a Marina di Camerota, un’altra coppia gay a Palinuro. Insomma a Napoli non c’è assolutamente da star tranquilli» e dopo aver elencato tali drammatici episodi, ricorda anche il caso del clochard gettato in una fontana e lasciato morire di freddo o ancora, cosa di cui nessuno parla, la morte violenta di dieci transessuali solo nella nostra città. Infine Cremona rivolge un ringraziamento alle forze dell’ordine che «davvero – dice – stanno badando alla nostra sicurezza, perché quando Forza Nuova lancia dei proclami e fa i volantinaggi contro di noi, si badi che non è una questione di numeri, ma una questione di chi ascolta quei messaggi e tra le persone purtroppo ci possono essere quelle che pensano veramente che noi siamo sbagliati, dei reietti della società che bisogna annientare. Questo è esattamente quello che è avvenuto quando ci hanno mandato nei campi di concentramento».

Si viene qui ogni anno da secoli, e anzi da millenni, a chiedere, pregando, che la Divina Madre faccia qualcosa per i suoi figli i quali a seconda delle epoche hanno problemi diversi, ma sempre la stessa incondizionata fede. Ed è così allora che anche noi del Levante riusciamo a chiedere a Vladimir Luxuria qualcosa. In questo periodo di crisi – le chiediamo – quale la preghiera da rivolgere alla Madonna Schiavona? E la preghiera – ci risponde – è quella «di dare una speranza a tutti quegli uomini che a cinquanta anni si ritrovano senza lavoro e stanno dentro casa e quasi si vergognano di essere stati licenziati rispetto alla propria famiglia e anche rispetto agli altri. Invece dovrebbe essere lo Stato a vergognarsi di aver messo sulla strada tanta gente che oggi si sente scaricata come spazzatura».

Il lavoro, la povertà, le difficoltà quotidiane della vita, questi i problemi al centro delle sofferenze intime di ognuno, venute a trovare sollievo, qui oggi, in questo giorno di sole splendido e neve. Mamme, papà, bambini e nonni; tammorre, canti e danze popolari e sì, anche i femminielli, che si confondono nella vivace folla, e non li noti più.

La domanda più ovvia però riguarda i motivi per i quali i femminielli festeggino in questo giorno, il 2 febbraio, il giorno in cui per la Chiesa ricorre la Candelora e perché proprio a Montevergine. Arriveremo a spiegare, o almeno a tentare di farlo, cosa e quanto ci sia dietro. Ma, in primo luogo, è d’obbligo una precisazione: il femminiello non è l’omosessuale. L’omosessualità è una conseguenza, che con il tempo ha assunto un ruolo caratterizzante e prevalente. Ma il femminiello è il femminiello, altrimenti, forse, la lingua napoletana, economica come tutte le lingue, non avrebbe cercato una parola diversa per esprimere un concetto già efficacemente espresso da un’altra.

E allora, il femminiello è l’androgino e per questo racchiude in sé qualcosa di sacro, come testimonia anche l’altrettanto antica tradizione della figliata de’femminielli. È il Della Ragione a spiegarci in cosa essa consista: «non è altro che un rituale derivante dall’antico rito della fecondità, praticato per secoli nella nostra città. La figliata si svolge segretamente alle pendici del Vesuvio, a Torre del Greco, ed è stata descritta accuratamente con accenti vivaci da Malaparte nel suo libro “La pelle” e dalla regista Cavani nell’omonimo film. Questa originale iniziazione ad una femminilità particolare – continua lo studioso – prevedeva un utilizzo di segrete conoscenze alchemiche, oggi perdute ed avveniva durante periodici festeggiamenti per l’avvenuta nascita del “maschio-femmina”, dagli iniziati chiamata “Rebis”, res + bis, cosa doppia. Il rituale, descritto nella “Napoli esoterica” di Buonoconto, richiedeva la presenza di un ermafrodito, l’unica creatura che contenesse i due elementi in cui è suddivisa tutta la natura. I greci, da cui discendiamo, ritenevano divino l’ermafrodito, perché figlio della bellezza (Afrodite) e della forza (Ermes). Naturalmente nel tempo la purezza ideale dell’ermafrodito alchemico si è in parte smarrita, sostituita dalla più materiale ambiguità del femminiello, ma l’antica memoria del rito non è andata del tutto smarrita e conserva immutata ancora oggi la forte carica simbolica, che suggestiona a tal punto alcuni soggetti, da fargli provare le stesse emozioni ed i lancinanti dolori del parto». Nella cultura popolare napoletana, il femminiello ha, dunque, da sempre goduto di rispetto e accoglienza, proprio perché in esso si vedeva il segno di qualcosa di soprannaturale e in qualche misura divino. Ancora oggi è così, in molti quartieri, al di là dell’imbastardimento culturale che, purtroppo, riguardando l’Italia intera, tocca da qualche anno anche Napoli manifestandosi in episodi di cieca violenza.

Ma qual è il legame con il giorno della Candelora, il 2 febbraio? Il legame dei femminielli con tale festa, non è facilmente spiegabile, ma forse converrà chiarire da quale culto preesistente essa derivi. Questa ricorrenza nel mondo pagano aveva il suo omologo in una festa che si celebrava alle Idi di febbraio in onore del fauno Luperco, divinità rurale protettrice dei boschi, delle greggi, della campagna, e quindi preposta alla fertilità della terra. I Lupercalia dunque, erano la festa della natura che si rinnova, perché proprio in questo periodo dell’anno, i semi mettevano le radici, e avrebbero poi portato al raccolto. In attesa della nuova vita, si svolgevano i riti della februatio i quali prevedevano la purificazione della città mediante la processione di donne che portavano candele accese in giro, a simboleggiare che l’inverno stava accogliendo la primavera e che la vita dal buio stava aprendosi alla luce.

La festa della purificazione fu abolita nel V secolo da Papa Galesio I e sostituita con un’altra festa di purificazione, di tutt’altro segno. Infatti da quel momento in poi, si sarebbe commemorata la purificazione della Vergine Maria, che si compì quaranta giorni dopo il parto, come voleva la tradizione ebraica: si considerava impura la donna che avesse partorito un figlio maschio e questa, dunque, dopo quaranta giorni doveva recarsi al Tempio per purificarsi. La festa cattolica fu anticipata ovviamente, dato che i quaranta giorni dal Natale cadono il 2 febbraio ed è quindi in questa data che durante le celebrazioni si accendono le candele, unico antico simbolo della festa originaria.

Quello che unisce i femminielli con il luogo, Montevergine, è invece più facilmente intuibile. A parte il leggendario intervento salvifico della Madonna in favore dei due omosessuali in epoca medievale, è certamente interessante sapere che poco lontano dal Santuario, sul monte Partenio, ci sono i resti di due antichi templi consacrati rispettivamente a Cibele e Artemide, due tra le Grandi Madri del paganesimo. È proprio nel mito di Cibele che si può rintracciare il millenario filo conduttore che, insieme ai Lupercalia e alla februatio, costituisce la saldatura tra culto pagano e ritualità cristiana.

Rea, figlia di Urano e di Gea, madre di Zeus, particolarmente onorata a Creta, dove leggenda vuole abbia fatto allevare il figlio Zeus in una caverna del monte Ida, e per questo detta anche madre Idea o montana. Rea Cibele rappresentava la natura montagnosa che come ci spiega Felice Ramorino «ne’suoi cupi recessi alberga e feconda tanta parte della vita universale». Deità frigia – la sua patria Pessinunte – era venerata col nome di Gran Madre. «Qui favoleggiavasi – continua Ramorino – che la Dea amasse andare attorno su un carro tirato da leoni, o pantere, e col corteo de’ suoi sacerdoti detti Coribanti […], i quali forniti di timbali e concavi dischi metallici e corni e flauti, si abbandonavano a una musica strepitosa ed orgiastica. I miti che si riferiscono a questa Dea portano pure un carattere selvaggiamente fantastico come tutto il suo culto».

Al tempo della seconda guerra punica, il culto di Cibele fu trasferito a Roma per consiglio dei libri sibillini che vaticinarono esito positivo se la sacra pietra nera – simbolo della divinità e forse pietra meteoritica – fosse arrivata a Roma e ivi rimasta per sempre. I Sacerdoti della Dea, anche a Roma detti Coribanti o Galli, la onoravano ogni anno, tra strepiti, ululati e sovreccitazione orgiastica.

Si trattava in realtà di riti cruenti e talvolta sanguinosi, che arrivavano finanche all’evirazione dei sacerdoti, riprendendo l’arcaica tradizione dell’uccisione di bambini e di giovani ragazzi, o della castrazione del maschio perché si restituisse, in qualche modo, alla terra, ciò che essa aveva donato. Quindi offrirle il sangue significava propiziarsi la Dea e le vittime sacrificali dovevano sempre appartenere al sesso maschile perché il seme maschile penetrasse nella terra fecondandola.

Secondo Neumann, infine, la pratica di indossare abiti femminili da parte dei Coribanti o Galli configurava, insieme al sacrificio della virilità, la completa identificazione con la Grande Madre. L’annullamento del maschile tramite abbigliamento femminile si conserva ancora presso il clero cattolico. Si diventava dunque suoi rappresentanti, proiezioni della Gran Madre. Si diventava femminili.

Se aggiungiamo, infine, che il tamburello è attributo costante nell’iconografia della Dea, allora proprio tutto torna.
Ecco, la Candelora e le sue candele, con devozione e raccoglimento portate accese innanzi all’altare, nell’atto di consegnare a Maria i desideri dello spirito, per essere poi spente una volta espressi; la presenza del “femminile”; i canti, le tammoriate e le danze da offrire alla Mamma Schiavona, come il popolo la chiama, che tutto accoglie e tutto perdona, la Madonna – afferma Rosamaria Lentini – ultima Grande Madre dell’occidente.

I canti della tradizione mariana più genuinamente popolare, ci rapiscono all’improvviso, stupendi e suggestivi nella loro dimensione sacrale e umana insieme: è la sacralità della terra, della vita, che essi trasmettono, e che si esprime attraverso il sacrificio delle proprie energie, fisiche, mentali, spirituali, impiegate nella sagliuta e nel canto; attraverso la ripetitività delle melodie e delle strofe intonate a intervalli di tempo e di spazio, dall’ingresso nella chiesa, fin sotto l’altare, guardando lì, in alto, la Madonna, onorandoLa per le grazie ricevute e promettendoLe il fedele ritorno per l’anno a venire.

Tanti i cori appassionati che a turno, avanzando nella navata centrale, offrono le loro melodiche preghiere alla Vergine. E poi la potente voce di Marcello Colasurdo e del suo coro, riempie la chiesa e riceve risposta dai fedeli accorsi per partecipare commossi ai canti. Giunto a intervalli fin sotto l’altare il gruppo comincia poi a indietreggiare sempre rivolto verso la sacra immagine; canta, di nuovo a intervalli, e prima di uscire due fedeli omaggiano la Madonna con un ballo al ritmo sostenuto di tammorre e nacchere. Così, teatralmente, si conclude la preghiera a Mamma Schiavona. La si saluta con rispetto e si esce per continuare fuori, sul sagrato, la grande festa: il suo lato meno sacro e più profano, la sua origine pagana. Come lo stesso Colasurdo ci dice: «questa è la festa della spiritualità, della rinascita a nuova vita, quando in primavera tutto si risveglia e inizia un nuovo ciclo. È la festa della luce, le candele lo testimoniano, è la festa di tutti noi. La spiritualità, la fede al di là delle differenze, questo è il vero senso della giornata di oggi».

Sì, un unico filo lungo millenni, ci lega al passato, alla nostra più arcaica e originaria umanità. Tutto si ricompone e il cerchio si chiude; l’immenso cerchio che include il culto misterico e oracolare di Cibele, la fondazione del Santuario sul monte Partenio, il monte della Vergine, e il culto mariano, l’intervento miracoloso e leggendario della Madonna che salva i due giovani amanti di epoca medievale, la cacciata dal tempio e la rinnovata fede degli anni Duemila. Tutto entra a far parte di una dimensione trascendente, nella quale spazio e tempo appaiono convenzioni insensate, dal momento che millenni di storia hanno mantenuto sostanzialmente uguali a se stessi riti e luoghi di culto.

Questo reportage termina qui, così come la giornata a Montevergine nella festa della Candelora e della Juta dei femminielli. La potenza di riti antichi che hanno subito trasformazioni fino a divenire oggi, se possibile, postmoderni, ci chiama inevitabilmente a riflettere sulla nostra condizione umana. A ognuno la sua riflessione ed eventualmente la sua preghiera. «Statti bona Madonna mia, l’ann’ che vene turnamm’ a venì».

Un Commento a “Candelora, da Cibele a Luxuria, un viaggio di millenni dentro se stessi”

  1. [...] ascoltando la radio, mi ha incuriosito moltissimo l’intervento di Vladimir Luxuria: nel giorno della Candelora a Montevergine,  in Irpinia, i fedeli arrivano in massa per venerare [...]