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Lettera aperta alla città di Genova

Care cittadine e cittadini genovesi,

Un'immagine dal Gay Pride del 2009

Come dimenticare quel 27 giugno 2009, il giorno in cui la vostra città ha ospitato il Genovapride di cui sono stata madrina? L’orgoglio di una città che si apre ai diritti civili, all’inclusione, alla convivenza! Una manifestazione partecipata, affollata, pacifista, allegra… senza un “noi” a sfilare e “voi” a guardare, ma uno stare insieme gay, lesbiche, trans, bisex e i tanti tantissimi eterosessuali presenti: genitori, fratelli, sorelle, nipoti, nonni, amici…

Quale ospedale sarebbe riuscito a contenere questa folla di malati? Quale psichiatra si sarebbe impegnato a una guarigione di massa?

Monsignor Rigon con il Cardinale Bagnasco

L’omosessualità è un problema che va estirpato ai primi sintomi attraverso sedute di psicoterapiaha dichiarato monsignor Paolo Rigon, Vicario Giudiziale della diocesi di Genova, a margine dell’apertura dell’anno giudiziario del tribunale ecclesiastico regionale ligure.

Un brivido mi corre lungo la schiena, perché a leggere questa dichiarazione di omosessuali come “problema da estirpare” nel contesto di un tribunale ecclesiastico fa venire alla mente il tribunale dell’Inquisizione che tanti di noi ha mandato a morte, una carneficina della quale la Chiesa non mai fatto il “mea culpa”.

Furono condannati tanti omosessuali, che i santi tribunali consideravano automaticamente colpevoli anche di stregoneria. Il reato era quello della “sodomia” un termine biblico il cui significato fu variamente elaborato durante i secoli, giungendo a farvi rientrare qualunque tipo attività sessuale inadatto alla procreazione, quindi anche il coito orale, la masturbazione, il coito con animali, il rapporto lesbico ecc. Per circa 6 secoli (1200-1800) i “sodomiti” furono condannati al rogo.
L’omosessualità era stata colpita da scomunica fin dal 390; nel 693 la chiesa stabilì che gli omosessuali dovevano essere esclusi da ogni convivenza sociale, frustati ed esiliati; nel 1120 fu stabilita la condanna a morte sul rogo. I processi erano affidati all’Inquisizione e nel 1566 il Papa diede ordine che tutti gli omosessuali fossero consegnati allo Stato per essere messi a morte.

Con questo non voglio certo dire che monsignor Rigon voglia ripristinare i roghi ma il principio della condanna dell’omosessualità resta: non più con la pena di morte (peraltro presente tuttora in troppi Stati, soprattutto quelli teocratici a fondamentalismo islamico) ma con l’obbligatorietà delle sedute di psicoterapia.

L’articolo 34 della nostra Costituzione laica stabilisce:

“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.
Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

A stabilire la definizione di “salute” ci ha pensato l’Organizzazione Mondiale della Sanità:

“stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia”.

A Genova come a Roma, Milano, Napoli o Palermo abbiamo manifestato la nostra gioia di vivere, la nostra unica malattia è l’amore, sarà certo difficile convincere noi e la società più aperta e civile a rintanarci al buio della tristezza di segrete stanze, a obbligarci a quei sensi di colpa che ci facevano ammalare di solitudine, allo scavare nelle nostre coscienze per trovare una genesi a un disagio mentale inesistente. Per troppo tempo ci hanno voluto etichettare come “malati”, curarci, redimerci, etero-convertirci, oppure annullarci… e di sicuro molti si sono sentiti gaiamente in salute anche ben prima di quel 17 maggio 1990, giorno nel quale ci siamo svegliati tutti anche ufficialmente “guariti”: l’Assemblea Generale dell’Organizzazione Mondiale della Salute aveva depennato l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali.

Lottare per la visibilità lesbo-gay-trans serve a evitare quei finti matrimoni di convenienza sociale per mettere a tacere i sospetti di parenti e vicini: invece di sposarsi con una donna e rendere lei e i figli infelici e rischiare la richiesta di annullamento dalla Sacra Rota, dovremmo fare in modo che un gay possa sposarsi legalmente con un matrimonio civile come in Spagna, in Belgio, in Argentina o in Massachusetts!

Se proprio volessi augurami una cura allora mi piacerebbe che un giorno si trovi il modo di debellare la pedofilia, estirpare la violenza e le molestie sessuali, lo stalking, l’omofobia.

Se non potremo farlo con una pillola o con una seduta psicanalitica, care e cari genovesi, facciamolo con le armi che abbiamo a disposizione: con una parola buona, con un sorriso, con l’indignazione contro simili frasi contro di noi e contro una nuova civiltà.

Vladimir Luxuria