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In ricordo di Gio’ Stajano, una madre superiora mancata.

Una madre superiora mancata. Così mi viene da definire Giò Stajano, nota alle masse nell’Italia dagli anni ’50 in poi. Fino agli anni ’80 venne percepita come un omosessuale molto visibile, direi fosforescente, con i suoi abiti sontuosi e le sue performance provocatorie che arricchivano le pagine di alcuni giornali scandalistici: in realtà Giò non è mai stata gay, era in una fase di sperimentazione prima verso la transessualità, rettificò i genitali nel 1983 a Casablanca un anno dopo l’approvazione della legge in Italia sul riconoscimento del nuovo genere, e il suo nome sui documenti fu Maria Gioacchina Stajano Starace. Due nomi, due cognomi. Il secondo era un cognome sicuramente impegnativo, dichiarava infatti la sua parentela come nipote del gerarca fascista Achille Starace.

Parlando con Pierangelo Buttafuoco all’indomani della mia elezione, lui sosteneva che la destra avrebbe dovuto candidare, per par condicio, Giò Stajano anche per le sue radici, questa proposta non le venne fatta, ma credo che lei avrebbe rifiutato non tanto per motivi politici o ideologici ma perché da tempo aveva deciso di condurre una vita più ritirata nella provincia di Lecce, lontana dalla Roma caciarona e gossippara che lei aveva conosciuto e descritto, sia nella sua partecipazione a “La dolce vita” di Fellini sia nei suoi libri-scandalo, tra cui il romanzo “Meglio l’uovo oggi” in cui alludeva all’omosessualità niente di meno che dell’ex re d’Italia Umberto II, definito nell’ambiente “Umbertina”.

“Per mio nonno Achille Starace è stato meglio essere fucilato a Piazzale Loreto che morire sapendo della mia sessualità” ha dichiarato Giò al Riformista.
Certo non ci avrebbe dormito di notte il gerarca: lui, famoso per le sue imprese virili e italiche, ha almeno evitato di essere intervistato sulle altre prodezze, meno virili ma non meno coraggiose, del nipote in tacchi a spillo e calze a rete. Lui, che affrontava da solo i “rossi” pacifisti nel 1914 a Milano con un’asta di bandiera spezzata, lui, che valutava la mascolinità di un uomo dal salto nel cerchio di fuoco, come avrebbe giudicato Giò che invece sfidava il mondo sfoderando l’arma del rimmel e passando indenne e ignifuga tra i fuochi dei pregiudizi e delle condanne, una che nel 1961 interrogata sullo scandalo dei “balletti verdi” si presentò dal magistrato più compita che poteva, anzi direttamente a lutto sferruzzando un gomitolo di lana nera.
Lei che ebbe il baciamano da Almirante perché la sua parentela con Starace metteva in secondo piano la sua diversità, lei che fece sbiancare Andreotti quando seppe che venne fotografato vicino a lei.

Una vita intensa e difficile, in un periodo in cui essere gay molto ostentato o trans comportava se non il confino certo la reclusione nei campi di isolamento sociale.
Eppure Giò per il suo talento artistico e la sua verve è sempre riuscita a ottenere i suoi spazi: da pittrice, attrice, performer e scrittrice.
Negli ultimi anni, però, il grande cambiamento, il trasferimento nella Puglia messapica e salentina, una donna anziane tra tante altre donne del suo paese, dove ci ha lasciati all’età di 79 anni in una casa di riposo.

Le sue ultime aspirazioni non erano più fare film, scrivere libri o articoli sui giornali, ma diventare suora.
Tutto accadde per un accordo che fece con un giornalista per fare uno scoop, riuscì a intrufolarsi tra le monache del Sacro Cuore in Piemonte: “Mi misi d’accordo con il giornalista. Quando ci sarebbe stata la consacrazione a Dio, l’obiettivo del fotografo avrebbe fissato il momento per la storia di copertina. Solo che quella volta la roba fu seria. Puoi prendere in giro il mondo, ma non Dio.

Rivelai alla Madre Superiora l’inganno, ma lei non si arrabbiò, anzi disse che, se divulgata, la mia storia sarebbe stata di esempio agli altri.”
Giò si convertì alla religione cattolica, diventando suora laica presso le stesse monache. Non è potuta diventare una madre superiora, una suora consacrata perché, nonostante si fosse dedicata da tempo alla preghiera e alla castità, secondo la catechesi cattolica una persona che cambia sesso non cambia per la Chiesa che fa una semplice annotazione sui libri parrocchiali ed è considerato comunque un peccato.

Forse un giorno, in un nuovo corso, con un nuovo Papa, e magari con più potere alle monache e un’apertura alle trans e neo-donne cattoliche potremo sperare di vedere un convento intitolato proprio a lei, Giò Stajano, mancata madre superiora.