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Proviamo a sognare un paese diverso

Un’intervista di Giovanni Marinetti
Fonte: il Futurista (pdf)

Giovani delle SS minacciavano con i fucili puntati gli spettatori. La gente terrorizzata non aveva altra scelta o via di scampo, rimasero tutti seduti, rigidi e tremanti.

«In nome della Germania si dichiara la chiusura immediata e ufficiale dell’Eldorado per minaccia all’ordine pubblico. Heil Hitler! Per la salute della Germania, il Partito nazionalsocialista dei lavoratori proibisce la pubblicazione di tutti i periodici di argomento contro natura, le associazioni di tali pervertiti vengono dichiarate fuori legge e con esse tutti i ricettacoli infimi frequentati dai sabotatori della superiore razza ariana. Il grande Fuhrer non consentirà più che si parli di argomenti indecenti in convegni e nelle scuole, non permetterà la distruzione della Gioventù Tedesca. Le cose da questo momento in poi cambieranno: è l’inizio di una nuova primavera per la nostra nazione! Adesso, in fila ordinata, braccia in alto e mani dietro la nuca, uscite lentamente, vi faremo fare un piccolo viaggetto».

Tratto da Eldorado, di Vladimir Luxuria
(Bompiani, 249 pagine, 17,50 euro)

Vladimir Luxuria, già parlamentare di Rifondazione Comunista e inventrice delle serate “Muccassassina”, ormai un cult della cultura gay, non ha mai smesso di impegnarsi per i diritti degli omosessuali: una legge sull’omofobia, l’estensione della legge Mancino del ’93, tra le sue ultime battaglie. Foggiana di origini, artista e, ora, scrittrice, dice di sé che potrebbe essere pure una tradizionalista, ma la cultura del nostro Paese, tra paure represse e omofobia, la dipinge spesso come una provocatrice solo perché è un transgender. Pronta a collaborare anche con Gianfranco Fini sui diritti civili, ma non con Casini vista la precedente esperienza politica con l’alleato Mastella. Luxuria sogna il principe azzurro e, ovviamente, di sposarlo. Se solo in Italia ci fosse una legge per poterlo fare…

Vladimir Luxuria non ha bisogno di presentazioni, indossa alla perfezione il vestito dell’impegno civile e quello dello spettacolo senza sbavature di colori. Provare a catalogarla in una definizione, come in un genere, è farle un torto. Non si è mai sottratta al confronto, cosa che le ha fatto guadagnare stima bipartisan. È, a suo modo, reincarnazione dello spirito di “Mafarka”, l’opera futurista di Filippo Tommaso Marinetti, che genera in sé un nuovo uomo capace di offrire al mondo una voce unica. Una voce che libera e fa scoprire nuovi spazi mentali. Alla ricerca di una terra promessa, l’Eldorado, accogliente e amorevole come una madre. “Eldorado”, non a caso, è proprio il titolo del suo ultimo romanzo che ha per protagonista un uomo anziano che nella vita è una drag queen, Raffaele. Un uomo che piomba nell’anonimato quando mette via le armi del mestiere ,quelle stesse armi che lo rendono famosissimo nell’ambiente omosessuale. Attraverso i ricordi di Raffaele, Vladimir Luxuria ci fa scoprire le terribili persecuzioni naziste ai danni dei gay nella Germania degli anni ’30. Un tema, quello della violenza omofoba, che a distanza di quasi un secolo è purtroppo ancora scandalosamente attuale.

Luxuria, partiamo dal libro: “Eldorado”. È vero che, invece, avrebbe dovuto titolarsi “La madre promessa”?

Sì, il tema iniziale era quello della maternità. Poi ho fuso i due temi: quello della maternità, perché ci sono tante madri in questo libro, con il tema delle varie persecuzioni e discriminazioni nei confronti dei gay, come quello più terribile, spero irripetibile, dell’Omocausto, cioè l’Olocausto dei gay dei triangoli rosa. Ci furono 30.000 deportati omosessuali nei campi di concentramento, dove ne morirono 15000. Nel libro, tra le varie madri c’è una donna nazista la cui maternità è un fattore politico, di propaganda: era la proliferazione della superiore razza ariana. Poi c’è Sonia, una vicina di casa del protagonista Raffaele, fricchettona, che rimane incinta. Ma c’è anche la mamma di Raffaele, che vive attraverso i suoi ricordi. I due temi interagiscono e sono strettamente correlatitra loro.

Temeva che il titolo “La madre promessa” potesse scatenare polemiche? Magari allontanandol’attenzione dal tema principale del libro.

No, figuriamoci, alle polemiche ho fatto gli anticorpi. Trovi dei titoli non in base alle paure e alle reazione, ma in base alle tue convinzioni. Per cui “Eldorado” alla fine cistava bene, perché era il nome di un locale realmente esistito negli anni trenta a Berlino che un po’ era come il Muccassassina. Berlino, allora, era la capitale gaia. Il primo marzo del ’33 un’irruzione delle SS portò a un arresto di gruppo e in molti finirono nei campi di concentramento. E poi, Eldorado,in qualche modo, rappresenta la terra promessa, è l’idea di un luogo-madre che non discrimina i propri figli.

Perché ambientare il libro nel periodo nazista?

Il libro ha vari livelli temporali, perché comincia nella Milano anni ’80: l’ultrasettantenne, Raffaele, una famosa drag queen anziana, che quando si toglie la parrucca nessuno riconosce, una sera viene aggredito in strada. Gli rubano la macchina e, cercando tra i documenti, trova un vecchio album di foto: ritorna con la memoria agli ’20 a Foggia, alla partenza per Berlino. Frequenta l’Eldorado ed è testimone oculare dell’irruzione delle SS. Lui riesce a sopravvivere e spera sempre di ritrovare amici che non sa che fine abbiano fatto, anche se nel libro è raccontato.

Raffaele va a Berlino. In passato però lei ha detto che “non ama i teorici della fuga dall’Italia”.

Sì, ma posso capirlo, Raffaele. Cioè, se t’innamori di una persona spagnola, magari, vai in Spagna. Ma io già sono andato via da Foggia: voglio continuare a vivere e lottare qui in Italia.

La infastidisce essere raccontata, spesso, per i temidi cui si occupa, come qualcuno che vive nella “polemica”?

Tutto dipende dalla prospettiva da cui vedile cose. Parlare dei temi dei diritti civili, dell’omofobia, aver fatto critiche a certi poteri forti (anche religiosi) molti l’hanno letta come polemica. In realtà io potrei esserela persona più tradizionalista, potrei pure essere quella che mangia sano, non beve, non fuma e non va a donne, diciamo così… Ma siccome si parte dal dato iniziale che io sono una persona transgender, questo porta molti a considerarmi sempre come una provocatrice. Le polemiche nascono molto spesso per distrarre, per deviare l’attenzione dall’obiettivo. Di una legge sull’omofobia, l’aspetto che m’interessa meno è quello dell’inasprimento delle pene. L’aspetto più importante è quello culturale, della prevenzione. Io non gioisco se una persona che incita all’odio si fa un mese di galera in più, ma gioisco se si previene che un bambino a scuola possa diventare un futuro omofobo. L’aspetto educativo si costruisce attraverso la scuola e i media. La cosa, poi, era molto semplice: sono aumentate le aggressioni fisiche e verbali nei confronti dei gay, anche perché sono aumentate le persone che vanno a denunciare in questura.

Come per il pizzo?

Esatto: c’è meno omertà. A volte c’è unatteggiamento omertoso da parte di chi sta intorno, che non reagisce. Insomma, per fortuna aumentano i casi di denuncia e, quindi, la percezione di quest’aggressione continua è venuta fuori. Perciò, la cosa che si era chiesta, e io l’avevo fatto già nel 2006, era estendere la legge Mancino del ’93. Poiché questa legge esiste per l’odio razziale, etnico e religioso, si era proposto di estenderla per l’orientamento sessuale e l’identità di genere. Io ricordo già allora tutti i ragionamenti di quelli dell’Udeur, dell’opposizione, che trovarono dei pretesti, delle polemiche. In realtà era un modo per travestire la propria omofobia. Ma ricordo anche altri, come Giulia Bongiorno in Commissione giustizia, che sostenevano che non potesse essere anticostituzionale l’estensione della legge Mancino.

Questi pregiudizi sono così presenti anche negli altri paesi?

La stronzaggine non è un fenomeno endemico, quindi di gente violenta, cattiva ce n’è ovunque. Però, forse, in Europa occidentale c’è un rispetto maggiore anche dal punto di vista istituzionale. Non si leggono dichiarazioni di politici che fanno battutacce che manco più in caserma si fanno. Ricordo che a Madrid, ero in metropolitana, a un certo punto è salita una trans che era visibilmente all’inizio del suo percorso. Aveva la barba in ricrescita e non l’aveva ancora eliminata definitivamente. Io, per la prima volta, da osservata ho fatto l’osservatrice. Mi sono divertita a vedere le reazioni delle persone che erano in metropolitana. E ti devo dire che per tutto il percorso non ho visto sorrisini beffardi, darsi di gomito, additare, ma una situazione tranquilla. E mi sono chiesta se, chissà, fare un certo tipo di politica porti poi a educare. Perché i politici o fomentano gli istinti più morbosi oppure educano, e in Italia è più valida la prima ipotesi.

Esiste una lobby omosessuale in Italia?

Esistono altre lobby in Italia. Non abbiamo una legge e c’è pure la lobby? È la dimostrazione che questa lobby non esiste. Anzi, spesso ci sono delle ditte italiane che magari fanno pubblicità su “The Advocate”, famosa rivista gay americana, e non le fanno in Italia. Da noi esiste, per fortuna, una comunità gay, un senso di solidarietà, per cui si fanno delle battaglie in comune perché l’unione fa la forza. La cosa che detesto  pensare a una battaglia di discriminazione al positivo e mirare ad avere qualcosa in più rispetto agli altri: la mia battaglia è quella per l’uguaglianza.

Lei ha inventato le serate “Muccassassina”, rivoluzionarie per la diffusione della cultura gay, all’insegna del colore e dell’ironia. E l’ironia è un tratto del suo carattere che rivendica spesso. Perché è così importante per lei?

Per lo stesso motivo per cui il movimento ha coniato la parola gay, che etimologicamente vuol dire gaio, felice. Una reazione alla tristezza, alla vergogna. Una ricerca della felicità, ma non è che siccome noi siamo gay, allora siamo più felici degli altri. Era, politicamente, un modo per dire che mica siamo destinati al cilicio e ai sensi di colpa, o dobbiamo sentirci inferiori agli altri. Ecco, quindi, che l’ironia serve per spuntare le armi degli avversari, degli omofobi. Quando la loro arma è la lingua, e hai la forza di reagire, si può rispondere. Ma quando la violenza è fisica, l’ironia può poco.

Tutti ti chiedono sempre se un giorno tornerai a fare politica da parlamentare. Succederà? E tipiacerebbe occuparti di altri temi?

Io mi sono occupata di altri temi durante la mia esperienza politica da parlamentare, ma non interessavano a nessuno, da un punto di vista mediatico. Mi sono occupata, per esempio, di una legge sull’adeguamento degli impianti sportivi alle norme sulla sicurezza, ma ovviamente non faceva gola ai giornali. Non sono monotematica, m’interesso di tante cose. Purtroppo dobbiamo essere ligi e determinati su certe questioni fino a quando non si risolvono.

Speri di vedere un giorno Vendola premier. Perché, invece, in un’intervista a Sette, hai detto aVittorio Zincone che con Gianfranco Fini non ci si dovrebbe alleare?

Viviamo un periodo stranissimo: trovo che questo sia un periodo molto interessante, di grandi rivoluzioni in cui tutto si può modificare. Comprese certe mie convinzioni. D’altronde se cominciano a esserci delle aperture: ho sentito le parole di Fini, quelle della Mussolini, che una volta mi disse “meglio fascisti che froci”, e che ora dice non l’hanno voluta in Commissione giustizia perché sapevano che avrebbe votato a favore di una legge contro l’omofobia; ho apprezzato la forza con cui Mara Carfagna ha detto che si distinguerà dal Pdl e voterà una legge sull’omofobia. Quindi, dipende molto dai programmi. Sono pronta a confrontarmi con il nuovo che avanza. E poi, in realtà, più che con Fini avevo detto con il terzo Polo. Non mi riferivo tanto a Fini ma a Casini, però Zincone ha sintetizzato così. Io lo dicevo perché ho sperimentato una coalizione con Mastella; allearsi con Casini renderebbe difficile spiegare alla gente, di nuovo, certi freni. Su quello che riguarda i diritti civili o una legge sull’omofobia mi rendo conto della disponibilità all’accordo che ha Fini rispetto a Casini.

Facciamo un esercizio di fantasia: se Fli fosse autonoma e Fini le dicesse: “Scriviamo assieme il programma sui diritti civili”, accetterebbe una nuova avventura con loro?

Quando Martina Castellana, trans di Salerno, si candidò col centrodestra alla provincia, tutti si aspettavano che io dicessi: “ah, una trans di destra, per carità!”. Esistono delle trans anche in GayLib e sarei pronta a collaborare con le loro associazioni di riferimento. All’idea di candidarmi, però, non ci sto pensando in questo periodo.

Perché in ogni intervista le chiedono se è operatao no?

Forse per una loro sicurezza. Hanno bisogno di mettere tutto nelle loro caselle mentali, in ordine. Invece no! Lo saprà solo chi avrà questo grande privilegio di conoscermi nella mia intimità (ride, ndr). Provare per credere…

Qual è la domanda che non le fanno mai e che le piacerebbe le facessero?

A parte quella di matrimonio? Che poi vorrebbe dire non solo aver trovato un compagno, ma anche di avere una legge per poterlo fare. Non saprei, ci devo pensare su.

Suo padre l’accompagnerà all’Europride. Lo avrebbe mai detto?

Tante cose della mia vita, se me le avessero dette tanto tempo prima, mi sarebbero sembrate fantascienza: vincere un programma televisivo, l’elezione al Parlamento, mio padre e mia madre che vengono insieme all’Europride e si iscrivono all’Agedo, l’associazione dei genitori omosessuali. Credo nel detto “aiutati, che Dio ti aiuta”. Le cose belle possono venire ma non puoi stare a braccia conserte. Non devi mai rifiutare l’idea che gli altri possano cambiarele loro idee.