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Quando ballavamo il sirtaki

Un’intervista di di Christian Poccia
Fonte: ginoeventi.it

Dodici anni dopo aver lasciato le folli notti di Muccassassina, Vladimir Luxuria torna da direttore artistico alla guida del Gay Village, un luogo proclamatosi «Stato libero» che accoglie indistintamente etero e omosessuali. Aspetta Simona Ventura, spolvera ricordi e lancia un appello.

«A un certo punto ieri notte, erano passate da poco le due, mi sono affacciata da sopra il terrazzino della pista pop e sotto di me c’era questo mare di gente, migliaia di persone, di ragazzi e ragazze che ballavano insieme e si divertivano. E io ho capito di essere felice». La mattina dopo l’opening del Gay Village, Vladimir Luxuria, che della kermesse romana è il direttore artistico, s’è alzata di buon’ora. Nel salotto del suo appartamento nel quartiere del Pigneto, ancora in tenuta da jogging, ripercorre con GiNo la lunga maratona dell’inaugurazione dell’evento glbt dell’estate e spiega i motivi che l’hanno convinta a imbarcarsi, dodici anni dopo aver concluso l’analoga esperienza con Muccassassina, alla guida della corazzata del Parco del Ninfeo. «Dopo Mucca per me la direzione artistica era un capitolo ormai chiuso» dice Luxuria. «In molti nel corso degli anni mi hanno chiesto di tornare a organizzare una serata, ma io ho sempre declinato. Poi è arrivata la proposta delle mie amiche Imma Battaglia e Paola Dee (fondatrici del Village), con le quali oltre a fare Muccassassina ho organizzato il World Gay Pride del 2000. Sono sincera: all’inizio avevo delle perplessità. Dopotutto sono stata a lungo fuori dalle scene della movida romana. I gusti delle persone cambiano e cambia il modo di divertirsi. Poi le idee sono cominciate a venire e ho accettato la sfida. Anche perché posso contare su professionalità grandissime; persone che sanno come offrire un prodotto di qualità. Io ovviamente ci ho messo del mio, coinvolgendo amici e personalità che si sono spesi al fianco della comunità glbt: Maurizio Costanzo, per esempio, che ieri (giovedì, ndr) è intervenuto in video all’inaugurazione. E spero venga a trovarci Simona Ventura, un’amica e una persona straordinaria. Una che, se qualcuno in una sua trasmissione avesse detto “meglio fascista che frocio”, sarebbe diventata una iena». Giunto alla dodicesima edizione, il Gay Village si conferma luogo di incontro e divertimento non solo della comunità glbt. «Una delle formule vincenti del Village è proprio la mescolanza fra etero e gay» spiega Vladimir, «una formula che io introdussi a Muccassassina in un periodo in cui molti locali gay tendevano a chiudersi in se stessi».

Erano gli anni ’90. Anni lontani e «carichi d’entusiasmo». «Facevo la buttadentro, sì insomma la “portinaia” a Muccassassina e ricordo i ragazzi che arrivavano soli, facevano il giro del palazzo per non esser visti, poi si infilavano di corsa nel locale con una paura addosso; così diversi da quelli di oggi, molto più consapevoli di sé. Mi raccontavano di loro: degli amori che nascevano e di quelli che finivano, dei problemi in famiglia. Oggi quei ragazzi sono cresciuti, alcuni hanno fatto carriera. Siamo  diventati grandi, io e loro. Molti li ho rivisti ieri sera, e sai una cosa? Ci siamo riconosciuti, ci siamo ritrovati, e del resto che importa. Le feste di Muccassassina, allora le chiudevamo» alla fine della notte che fuori era quasi l’alba «prendendoci per mano e ballando il sirtaki», e «se c’è una cosa di quel periodo che mi manca, ecco è quel sirtaki. Insieme alla consapevolezza di essere pionieri».

Quelli sono pure gli anni in cui Vladimir Luxuria cominciò e tenne vivo un dialogo spirituale con don Andrea Gallo, il prete degli ultimi morto il 22 maggio 2013 e al quale il direttore artistico del Village ha dedicato la serata di venerdì scorso. «Don Gallo» racconta Luxuria «l’ho conosciuto nel 1989 proprio in questo salotto. Eravamo ospiti di una trasmissione della Rai in cui si parlava di transessualità. Non sapevo chi fosse e temevo venisse qui per demonizzare i trans, come ha fatto papa Ratzinger poco prima di dimettersi sostenendo che esistono solo l’uomo e la donna e che tutto il resto è fuori dal disegno divino, come se noi fossimo state create da chissà chi. E invece don Gallo quel giorno in questa stanza disse che qui c’era Gesù e che nell’amore fra due uomini c’è Dio. Diventammo amici. Sulla sua scrivania c’era una croce con su scritto “dimmi chi escludi e ti dirò chi sei”. Lui ricostruì in qualche modo il mio legame con il Vangelo dopo che molto tempo prima, in uno stanzino della parrocchia del mio paese dove insegnavo catechismo, don Antonio, cui avevo appena confessato di sentirmi donna, mi guardò come fossi il diavolo e mi impose di reprimere la mia natura, costringendomi ad abbandonare la Chiesa. Don Gallo mi diceva spesso che non bisogna lasciare il Vangelo perché c’è chi lo rappresenta male. Al suo funerale ho deciso di prendere la Comunione. A darmela è stata il capo dei vescovi, monsignor Bagnasco. E’ venuto dritto da me. E’ stato un fatto enorme: il riconoscimento da parte di un’istituzione così importante della Chiesa che una transessuale può ricevere i sacramenti. E questo vuol dire che le persone operate devono potersi sposare non solo civilmente, ma anche davanti a Dio. E devono poter avere il funerale in chiesa».

Vladimir Luxuria compie 48 anni oggi, 24 giugno 2013. Quando da Foggia arrivò a Roma nel 1985 era poco più di una ragazzina. Frequentava l’Angelo azzurro, un locale gay che non c’è più e «dove tutti ballavano davanti allo specchio», mi raccontò una volta; «un posto», ricorda adesso, «che non mi faceva sentire sola». Proprio come vuole che sia il suo Gay Village, autoproclamatosi «Stato libero». Dove ci sono confini ma niente limiti. Dove «magari rimorchierò un bel ragazzo per non fare la fine di una suora», scherza Vladimir. E dove «a nessuno è vietato tenersi per mano o baciarsi». «Dove non sentirsi soli».