Home » Articoli & News » Intervista ‘letteraria’ a Vladimir Luxuria

Intervista ‘letteraria’ a Vladimir Luxuria

Come ti predisponi alla scrittura? Hai particolari riti, luoghi, consuetudini che ti aiutano nell’atto creativo? Queste e altre le domande a cui risponde Vladi in un’intervista per Mangialibri.com, un dialogo che attraversa tutta la sua produzione letteraria.

Vladimir Luxuria ha ormai al suo attivo un numero significativo di libri. Tutti diversi, eppure tutti che rappresentano perfettamente il modo con cui ha coniugato da sempre spettacolo, arte, attivismo politico a favore del diritto di tutti di amare: un modo fatto di sentimenti, di cuore, ma soprattutto di una passione che non ha mai paura. Dopo diversi scambi di telefonate, appuntamenti mancati, sms ed email, riusciamo alla fine a sentirci per telefono per una chiacchierata davvero piacevole e divertente.

Come ti predisponi alla scrittura? Hai particolari riti, luoghi, consuetudini che ti aiutano nell’atto creativo?
La scrittura occupa il mio tempo, anche quello mentale… quando sto scrivendo un libro mi ritrovo a pensarci, soprattutto nei tempi morti, ad esempio queli di attesa di un treno, che preferisco all’aereo, perchè con il treno si muove il corpo e la mente. Di solito scrivo a mano e poi a casa riscrivo tutto nel mio studio al pc, di notte in particolar modo, quando riesco a concentrarmi meglio.

Sia Eldorado che L’Italia migliore sono romanzi sulla difficoltà di esprimere i sentimenti, è un’incapacità tipica del nostro Paese o dell’essere umano in generale?
Credo dell’essere umano in generale. Come nel caso del mio romanzo L’Italia migliore, in cui Mari Lupa, una delle protagoniste, ha grandissime difficoltà a sciogliere i nodi della sua infanzia, senza rendersi conto che basterebbe semplicemente parlarne. A differenza della parabola del figliol prodigo, qui la sorella resta in casa, mentre Mari Lupa va via per cercare notorietà e successo. Quando il figliol prodigo torna, trova il padre che lo ascolta; lei invece trova una madre che non la riconosce nemmeno per colpa dell’Alzheimer, scambiandola per una vecchia amica, e non può parlarle, purtroppo, prima che sia troppo tardi.

Nella postfazione del tuo primo romanzo Eldorado c’è un paragrafo in cui racconti la vergogna che a volte provi per l’Italia. Che cosa ti imbarazza ancora dell’essere italiana?
Mi dispiace molto perchè amo l’Italia, sono italiana e ho deciso di rimanerci. Mi piacerebbe poterla difendere ma quando varchi il confine, in ogni direzione, dalla Francia alla Slovenia, per alcune tematiche scopri che queste nazioni hanno specifiche forme giuridiche che difendono tutte le unioni affettive. È triste, per esempio, constatare che una coppia italiana che vive insieme da vent’anni non possa sposarsi come due giovani spagnoli fidanzati da poco tempo.

Una delle parti più toccanti ed emotivamente forti di Eldorado è la lunga lista di omosessuali deportati e uccisi nei campi di concentramento. Considerando cosa succede in alcuni Paesi africani, in Russia o nel Medio Oriente, credi che l’uomo imparerà un giorno a smettere di arrogarsi il diritto di condannare l’amore altrui?
Sarebbe il nostro augurio più grande…quello non di arrendersi contro chi si erge a modello di paragone, ad esempio di normalità, che ha sempre l’indice ingessato puntato verso il basso, dai propri piedistalli di cartone, che disprezza e denigra. Ormai sono molte le parti del mondo in cui le cose vanno in un’altra direzione, quella dell’uguaglianza, persino in vietnam esistono le unioni civili o nelle Hawaai (quindicesimo Stato americano ad approvare le unioni civili, ndr).

Parafrasando la tua raccolta di racconti, c’è ancora una favola che a tuo avviso non è stata ancora raccontata?
La favola di due ragazze italiane che hanno avuto la fortuna di conoscersi, amarsi, sosternersi in momenti difficoltà, di rimanere fedeli insieme… a questa favola manca un lieto fine, un matrimono con la fatidica frase “e vissero tutti felici e contenti”.

Cos’è cambiato dai tempi della Luxuria del Mucca Assassina?
Beh, intanto quei bei vestiti sontuosi sono riposti in un armadio a muro con la naftalina, perchè da buona donna del sud non si butta via niente: può sempre servire. Quei vestiti mi ricordano di un’età bellissima, quella di un locale trasformato, diventato un luogo di vera tendenza, un’esperienza bellissima. Devo dire che i nostri locali hanno qualcosa in più perchè sono dei veri e propri luoghi di interazione e di creazione artistica.

Nel tuo primo libro, Chi ha paura della mucca assassina? parli del tuo rapporto con la paura, che non ti paralizza ma, anzi, ti ha aiutata ad andare avanti. Credi che con il passare del tempo sia ancora così?
Devo ammettere che non ho paura, anzi, mi piace accettare le sfide. Quando l’Unicef mi chiese di andare in Africa per vedere la situazione in cui si trovavano  gli orfani di genitori morti per l’AIDS, ho subito detto di sì. Mi sono trovata lì in questi villaggi e non ho mai avuto paura di niente. La mia prima azione politica risale a quando avevo 16 anni. Ero in stazione, dove mi riunivo con altri amici omosessuali, quando si avvicina un gruppo di ragazzi che voleva darci fastidio. Gli altri hanno abbassato la testa, io invce ho sostenuto il loro sguardo… certo, dopo avevo un occhio nero come un panda, ma sono andata avanti e sarei stata malissimo se avessi avuto paura e non li avessi affrontati.